mercoledì 15 marzo 2017

Espressionismo tedesco e Nuova oggettività

L’Espressionismo, che nasce nel 1905, è un movimento artistico facente parte delle avanguardie storiche, in cui prevale la deformazione (caratteristica principale) di alcuni aspetti della realtà, in modo da evidenziare i valori espressivi ed emozionali. E’ un movimento di protesta e critica. Le due culle sono la Francia (Parigi) con il movimento definito dei “Fauves” (belve, in francese) e la Germania (Dresda e in minor misura Berlino) con il “Die Brücke” o movimento de “Il ponte”. Questi sfociano rispettivamente nel “Cubismo” (1907) e nei movimenti “Der Blaue Reiter” o “Il cavaliere azzurro” (1911) e la “Nuova oggettività” (1919-1933). Le caratteristiche principali sono: soggettività, anti-positivismo, anti-naturalismo e anti-impressionismo. E’ arte di opposizione, è un’arte difficile da racchiudere in una definizione data la sua complessità e la sua estesa collocazione geografica. L’Espressionismo dal punto di vista pittorico, elimina la prospettiva ed è contraddistinto dalla durezza del segno (è come un’incisione sul legno, una xilografia). I colori sono violenti e mancano le sfumature. In Francia ed in Germania queste caratteristiche, pur essendo le stesse, vengono espresse in modo diverso. In Francia sono meno nette, in Germania molto più decise, più marcate e rappresentano una feroce polemica sociale basata sulla storia contemporanea dove l’alienazione e la solitudine hanno un ruolo importante. Pur ponendosi in contrapposizione all’Impressionismo, l’Espressionismo rimane sempre un movimento che si basa sulla realtà; è il modo di approcciarla che cambia, nel primo caso viene affrontata con l’oggettività mentre nel secondo con la soggettività e l’azione. Al contrario, non ci sono legami con il Simbolismo e con la visione della realtà attraverso l’evasione e il sogno. I principali padri precursori sono: Gauguin, Van Gogh, Munch ed Ensor.
Il gruppo dei Fauves non è omogeneo e non ha un programma definito, la polemica sociale è implicita nella poetica in cui il colore (usato puro e con una violenza spregiudicata) ha un ruolo fondamentale diventando il principale mezzo espressivo. Di questo gruppo fa parte Matisse. I principali protagonisti dell’Espressionismo tedesco sono Oskar Kokoschka, Egon Schiele, Ernest Ludwig Kirchner e Emil Nolde. In essi sono presenti: la violenza cromatica e la deformazione caricaturale, ma in più vi è una forte carica di drammaticità. Prevalgono sempre temi quali il disagio esistenziale, l’angoscia psicologica, la critica ad una società borghese ipocrita e ad uno stato militarista e violento. Diverso è il movimento de “Il cavaliere azzurro” i cui fondatori sono Wassilj Kandinskij e Franz Marc. Con questo movimento l’Espressionismo prende una svolta decisiva. Nasce un’arte dove è possibile ignorare totalmente la realtà. Da qui, ad una pittura totalmente astratta, il passo è breve. Ed infatti fu proprio Wassilj Kandiskij il primo pittore a scegliere la strada dell’astrattismo totale. Il gruppo Der Blaue Reiter si disgrega in breve tempo; l’ultima mostra è quella del 1914. Al termine della prima guerra mondiale che vede la sconfitta dei tedeschi, in Germania nasce la Repubblica di Weimar (1919-1933) che prende il nome dalla città omonima dove un’assemblea nazionale redige una nuova costituzione. In questo periodo l’attività culturale, che segue il filone socialista e democratico, esplode e nasce la “Nuova oggettività” detta anche Espressionismo realista, l’ultima propaggine dell’Espressionismo tedesco. Nella Germania post-conflitto gli artisti (pittori, letterati, poeti, registi e musicisti) esprimono nelle loro opere i dolori, i disastri e le atrocità della guerra che si ripercuotono nel fisico e nella mente quindi non solo con amputazioni ma anche con un aumento della malvagità dell’uomo. Alcuni nomi su tutti sono Otto Dix, George Grosz e Max Beckmann. Molto importante e noto il fotografo August Sander. Le opera degli espressionisti sono considerate dai Nazisti “arte degenerata”.
H. Matisse "La danza" (1910)
E. Nolde
"Natura morta con maschere III"
(1911)
E.L. Kirchner
"Postdamer plats"
(1914)

O. Dix
"Il venditore di fiammiferi"
(1921)
G. Grosz
"I pilastri della società"
(1926)












Oskar Kokoschka (1886-1980) pittore austriaco che, allievo di Gustave Klimt, si allontana dalla Secessione Viennese per aderire all’Espressionismo. Le sue opere si allontanano dall’ideale di bellezza e di grazia, al contrario sono dure ed incisive. Una litografia che ben descrive la sua cifra stilistica è “Pietà” del 1909: “L’uomo è rosso sangue, il colore della vita, ma egli è morto sulle ginocchia di una donna che è bianca, il colore della morte” dice l’autore descrivendo il dipinto.
Pietà (1909)
Questa litografia descrive una donna che tiene un uomo ma, nonostante il titolo possa ingannare, è molto lontano da quello che rappresenta l’omonima statua di Michelangelo in San Pietro. In Kokoschka è la rappresentazione lugubre di una donna dai tratti incisivi, gli occhi piccoli, neri ed incavati, gli zigomi pronunciati e il corpo muscoloso, che le danno una fisicità mascolina, e l’incarnato bianco, che si contrappone al corpo rosso e deformato di un uomo che ne è la vittima. In quest’opera viene descritta la brutalità, la ferocia e l’imbruttimento della società tedesca dell’epoca, espressa anche nelle altre opere citate e in tutte quelle dei pittori aderenti a questo movimento. Diventa primo illustratore della rivista “Der Sturm” fondata nel 1910.

Egon Schiele (1890-1918): “L’artista è l’espressione della sua epoca, rivela un frammento della propria vita. E lo fa sempre attraverso una profonda esperienza vissuta” dice lo stesso artista considerato uno dei migliori disegnatori di tutti i tempi che, dopo essere rimasto orfano, dopo essersi iscritto all’accademia di belle arti di Vienna, dopo aver conosciuto Klimt ed aver aderito alla secessione vienese, nel 1909 si distacca dal decorativismo per accostarsi in modo del tutto personale all’Espressionismo. La morte del padre, un’amante minorenne (Wally Neuzil), una moglie (Edith Harms), la prigione, la guerra, la perdita del figlio e della moglie incinta. Vive gran parte della sua esistenza in povertà e muore a soli 28 anni dopo una vita da incompreso ed alienato. Al centro della sua opera c’è l’essere umano: autoritratti e nudi femminili in cui il tratto è secco, nervoso e deciso. Spesso corpi non finiti, mani (una caratteristica tipica della sua opera) dove la deformazione rappresenta il dolore, la sofferenza, la malinconia. Corpi e volti carichi di espressività. Figure spigolose, contorte, spesso in pose quasi improbabili. Non rappresenta corpi belli ed armoniosi, al contrario corpi disarmonici. Tutto fa emergere l’interiorità, il disagio, la sessualità, la morte, l’inconscio, la passione, la malattia. Opere che sono state definite scandalose, provocanti ed inquitanti dove emerge l’io dell’artista.
Autoritratto (1910)
Nudo femminile (1914)
La madre morta (1910)

martedì 14 marzo 2017

Il post-impressionismo

Il post-impressionismo non è definibile come movimento artistico. In effetti è un’etichetta che viene utilizzata per racchiudere il periodo che va dagli ultimi vent’anni dell’800 agli inizi del 900 quando alcuni artisti che, avendo in comune l’allontanamento dall’impressionismo e dal naturalismo, danno vita ad opere dallo stile non omogeneo. Siamo di fronte ad un’arte che comunica e non riproduce la realtà visibile. La conseguenza di questo nuovo atteggiamento e di questa nuova funzione dell’arte porteranno all’Espressionismo da un lato e all’Astrattismo (la definitiva rottura con il reale e la sua rappresentazione) dall’altro. I maggiori rappresentanti di questo cambiamento sono Van Gogh, Gauguin e Munch (considerati i padri dell’Espresisonismo) ma anche Toulouse-Lautrec, Seurat e Cézanne. Le motivazioni all’origine dell’opera di questi pittori sono molto diverse, così come sono diversi i risultati ai quali giungono sia da un punto di vista di tecnica che di contenuto.

Vincent Van Gogh (1853-1890): di origine olandese, rappresenta il pittore maledetto per antonomasia. Dipinge per soli dieci anni e nelle sue opere emergono l’ansia, il tormento, il dramma e l’angoscia esistenziale, passando attraverso una pittura caratterizzata dai colori cupi de “I mangiatori di patate” e delle “scarpe” a quelli accesi del periodo trascorso in Francia, in particolar modo ad Arles. L’opera “I mangiatori di patate” (1885) fa parte della prima fase pittorica di Van Gogh ed è il periodo che coincide con la sua vocazione religiosa, i colori sono scuri e brunastri. Rappresentando una stanza, poco illuminata, con una famiglia seduta intorno ad un tavolo davanti ad una misera mensa, non è una denuncia sociale ma vuole esprimere unicamente la sua profonda solidarietà con i contadini che con umiltà e fierezza, allo stesso tempo, consumano i cibi che hanno prodotto con il loro lavoro. Un anno dopo nel 1886 dipinge “Un paio di scarpe” il cui soggetto sono appunto un paio di logori scarponi da lavoro che hanno lo stesso stile e lo stesso significato dell’opera menzionata in precedenza. Simboleggiando il lavoro e la fatica rappresentano allo stesso tempo la forza e la dignità delle operose persone che li hanno indossati. Completamente differenti le opera più note di Van Gogh, quelle in cui il giallo e le sue sfumature la fanno da padrone. Si assiste alla comparsa di un tratto nervoso, un cromatismo violento, un colore puro, accecante, che trasmette la sua sensibilità ma soprattutto le sue ossessioni per arrivare ad una esasperazione quasi allucinata. Oltre ai famosi Girasoli (che dipinge in serie) sono importanti  “Esterno il caffè di notte” (1888), “Notte stellata sul Rodano” (1888) “Notte stellata” (1889) e dello stesso periodo “Covoni in Provenza”, “Campo di grano con seminatore e sole che tramonta”, “La camera di Arles”, “Caffè di notte ad Arles”, “La casa gialla” e molti altri ancora.

I mangiatori di patate (1885)
Un paio di scarpe (1886)
Notte stellata (1889)
Caffè di notte ad Arles
(1888)

Paul Gauguin (1848-1903): è un pittore francese noto soprattutto per le sue fughe nelle isole del Pacifico del Sud. Nato a Parigi la sua vita è divisa tra Francia, Danimarca e paesi come Panama, Martinica e Tahiti. Al pari dei suoi contemporanei e conterranei usa la pittura per esprimere il suo malessere, alla continua ricerca di una soluzione all’insoddisfazione. Il suo fuggire dal mondo occidentale verso i paradisi esotici, in fondo, altro non è che la metafora, non finta ma reale, della continua ricerca della serenità. Inizialmente, tra il 1879 e il 1886, espone le sue opere nelle mostre degli impressionisti ma in seguito, superando gli sviluppi pittorici tipici di questa corrente, elabora una pittura più profonda sul piano espressivo dando un importante contributo alla pittura simbolista.
La tela di dimensioni monumentali dal titolo “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” (1897), costituisce una sorta di testamento spirituale di Gauguin che stanco, deluso e avvilito, decide di suicidarsi, dopo aver dipinto il quadro. Il suo fu probabilmente il gesto finale e categorico per tentare di fuggire veramente dalla realtà. Il suicidio però non riuscì. Già dal titolo, che pone tre fondamentali quesiti esistenziali, si comprende come la sua pittura, basata su figure mistiche e primitive, se pur d’impatto decorativo, dovuto all’utilizzo di colori puri e delineati, non si limita all’esteriorità, ma cerca di scavare nel profondo della dimensione umana. Il quadro, orizzontale, deve essere letto da destra verso sinistra. Attraverso questo percorso, che avviene in un giardino, che potrebbe essere l’Eden, le figure rappresentate indicano le "Allegorie delle età della vita" (da notare le somiglianze con il quadro di Klimt, “Le tre età della donna” 1905). Dal neonato nell’angolo a destra si arriva alla donna scura a sinistra passando attraverso le varie stagioni della vita. La donna al centro che raccoglie i frutti di un albero, e che divide il quadro in due, simboleggia, e ne è allegoria, del momento della procreazione. La donna in fondo a sinistra, nella sua posizione fetale con le mani accanto al volto, è simbolo non solo della vecchiaia ma soprattutto della paura della morte. In quest’opera viene evidenziato il senso di inquietudine, instabilità, fragilità dell’uomo e dell’autore stesso.

Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? (1897)

Edvard Munch (1863-1944): nasce in Norvegia e svolge la sua attività soprattutto ad Oslo. Nella sua pittura vengono anticipati tutti i grandi temi dell’Espressionismo: l’angoscia esistenziale, la crisi dei valori etici e religiosi, la solitudine umana, la morte, l’incertezza del fututo e l’imbarbarimento della società borghese e militarista (dal punto di vista storico ricordiamo le due guerre mondiali e tutto ciò che ne è collegato). Tutta la sua opera è segnata dall’ossessione nei confronti della sorella malata che egli ritrae in molti dei suoi dipinti. Colori, espressioni e soggetti esprimono inquietudine e disperazione. Isolamento. Impossibilità di salvezza. Sogni ed incubi. Al pari degli altri pittori espressionisti è stato perseguitato dal regime nazista che dichiarò la sua opera “arte degenerata”.

L'urlo (1893)  “Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo... Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L'urlo”    


Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901):
Jane Avril (1893)
vive la sua vita bohemien nel pittoresco e malfamato quartiere parigino di Montmartre - mondo equivoco fatto di bordelli e locali notturni - tra ballerine e prostitute che rappresentano i principali soggetti dell’artista. Attraverso le sue opere possiamo comprendere con chiarezza quel mondo trasgressivo e sregolato. Muore all’età di trentasette anni per problemi di alcolismo. Bravo disegnatore utilizza quella che viene definita “linea funzionale” grazie alla quale è in grado di disegnare con precisione ed espressività (importante la ricerca cromatica oltre che di segno deciso) forme, corpi e spazio. Altra sua caratteristica, che sarà poi sviluppata con il Liberty, è quella del manifesto d’autore soprattutto in occasione di spettacoli teatrali e di cabaret. Toulouse-Lautrec è una sorta di pubblicitario dell’epoca (da vedere le somiglianze e le differenze con Mucha).

Georges Seurat (1859-1891): è il pittore che porta all’estremo la tecnica pittorica degli impressionisti e lo fa scientificamente, utilizzando puntini di colori primari complementari accostati tra loro ad una specifica distanza, mai sovrapposti (da qui il termine di Puntinismo o Pointillisme). Si basa sulla teoria che i colori vicini si influenzano vicendevolmente aumentando la luminosità. Una caratteristica dei dipinti di Seurat è l’immobilità e la staticità dei soggetti e delle scene raffigurate (differenza importante rispetto all’impressionismo). Una sorta di tempo congelato. La sua opera più famosa è “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte” (1886).

Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte (1886) 

Paul Cézanne (1839-1906): pittore francese che pur nascendo nella culla degli impresisonisti (partecipa infatti alla prima mostra, quella del 1874 presso lo stidio del fotografo Nadar) ha un rapporto distaccato da questo movimento e viene considerate il padre del cubismo. In effetti mentre gli impressionisti sono interessati ai fenomeni percettivi della luce e del colore, Cézanne cerca di sintetizzare le forme e lo spazio mediante l’utilizzo del solo colore, non perdendo di vista la realtà. Da qui il passo verso il cubismo sarà breve. (Da vedere anche il post relativo all’impressionismo).

martedì 7 marzo 2017

Art Nouveau... i suoi molteplici volti ed i suoi altrettanti nomi...

Nel periodo compreso tra il 1880 ed il 1910, in pieno clima Simbolista, si sviluppa l’Art Nouveau. Questo movimento, che si diffonde in tutta Europa e non solo, prende nomi differenti: Liberty in Inghilterra, Secessione in Austria, Jugendstil in Germania, Modernismo in Spagna, Floreale in Italia ed Art Nouveau in Francia ed in Belgio. La sua caratteristica principale è quella di interessare non solo la pittura e la decorazione ma anche l’architettura e le arti applicate. Inoltre, sono fondamentali il rapporto tra forma e funzione, l’utilizzo di nuove tecniche di produzione industriale (ferro, vetro, cemento), l’eleganza decorativa, l’uso degli elementi lineari in particolare la linea curva definita “a colpo di frusta”. Inoltre trae ispirazione dalle forme della natura e delle forme vegetali. Tutto questo concorre nel creare uno stile completamente nuovo che porta alla definizione di una nuova progettazione che possiamo definire “design”, ossia alla qualità del prodotto industriale. Questo aspetto era già stato in parte considerato dal movimento inglese delle “Arts and Crafts” (Arti e Mestieri), con a capo William Morris, che aveva posto l’accento sulla libera creazione dell’artigiano, come unica alternativa alla produzione in serie di oggetti di dubbio valore estetico. La conseguenza di questo la troviamo proprio nell’Art Nouveau che risolve il problema della qualità del prodotto industriale agendo a livello della qualità progettuale. Ma questo movimento è influenzato anche dalle Grottesche per i loro elementi floreali ed animali (un esempio la libellula), gli ibridi e le chimere (un esempio le donne-farfalla). Non si possono non ricordare, e non vederne le contaminazioni, i Preraffaelliti con i loro elementi pittorici e simbolico-figurativi. Oltre a Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais e John William Waterhouse di fondamentale importanza è il già menzionato William Morris che con i suoi tessuti decorati anticipa molte delle figure rappresentate. Anche il giapponismo ha una notevole importanza, per le sue linee essenziali, stilizzate e bidimensionali. Infine, ovviamente il Simbolismo. Molto importante è la rivista “Ver Sacrum” (La primavera sacra. La scritta, in oro, la troviamo anche sulla facciata del palazzo della secessione) fondata a Vienna nel gennaio 1898 e pubblicata in tiratura periodica fino al 1903. Centoventi fascicoli considerati, ognuno, un’opera d’arte totale. La struttura è innovativa grazie al formato, quadrato ed all’immagine geometrica. Decori, colori, caratteri tipografici, illustrazioni, testo sono una fusione armoniosa di tutte le arti. Il Palazzo della secessione (che rappresenta il manifesto di questo movimento artistico) si trova a Vienna ed è stato costruito tra il 1897 ed il 1898 dall’architetto Joseph Maria Olbrich, come sede per le esposizioni degli artisti della Secessione viennese. La pianta parte da un quadrato composto da pareti lisce e quasi disadorne con un fregio floreale con foglie dorate ed una scritta che è il motto della Secessione: “Al tempo la sua arte, all'arte la sua libertà” (Der Zeit ihre Kunst / der Kunst ihre Freiheit) poi rimosso dai nazisti nel 1938. Elemento di grande novità decorativa è la cupola traforata, quasi sferica, composta da migliaia di foglie di alloro (che simboleggiano la consacrazione ad Apollo, dio delle arti) in rame ricoperto da lamine d'oro, la cui lucentezza contrasta con le pareti semplicemente intonacate di bianco. Edificio rigoroso, in controtendenza con le architetture eclettiche in voga a quel tempo ma ricco di elementi decorativi. Tra le opere esposte all'interno del Palazzo, la più famosa è il Fregio di Beethoven (1902) di G. Klimt.
Nel campo pittorico dobbiamo citare artisti quali Gustav Klimt (inizialmente faranno parte della Secessione anche Egon Schiele ed Oskar Kokoschka - suoi allievi - che però se ne allontanano per fare parte dell’Espressionismo), Alfons Mucha e Aubrey Beardsley. Tra gli architetti alcuni nomi importanti sono Otto Wagner, Joseph Maria Olbrich, Victor Horta ed Antoni Gaudì. Tra i designer Louis Comfort Tiffany a New York ed Émile Gallé in Francia.

Gustav Klimt (1862-1918): uno dei nomi più famosi ed importanti della Secessione viennese di cui nel 1897 fu tra i fondatori e primo presidente. La pittura, che di questo artista ecclettico viene ricordata, è quella in cui la sua personalità comincia ad acquisire un’importante cifra stilistica partecipando attivamente al clima simbolista europeo. Donne emaciate, mortifere, figure piatte e stilizzate, linee eleganti, decorativismo, preponderante utilizzo di oro con una forte valenza espressiva. Questo periodo dura dal 1901 al 1909 dopo il quale segue un periodo di crisi esistenziale ed artistica che porta ad una nuova fase artistica. Scomparsi gli ori e le eleganti linee liberty, nei suoi quadri diventano protagoniste campiture di colore acceso e vivace. Questa fase è influenzata dalla pittura espressionista (1905-1919) che già da qualche anno era presente in Germania. Klimt ne viene a contatto attraverso l’attività dei suoi due allievi: Egon Schiele e Oscar Kokoschka. In Klimt la donna occupa un posto di primaria importanza, E’ una donna fatale (tipico elemento Simbolista) che raffigura amore e morte, salvezza e perdizione ed assume un ruolo di superiorità rispetto all’uomo. Supremazia che si rivela nelle sensazioni interiori e non nelle azioni.

Giuditta I (1901): Il quadro è considerato come la prima opera del periodo aureo (ci sono due versioni, la seconda è del 1909). Il soggetto, che ha un taglio verticale mostrando la figura quasi per intero, è una rivisitazione della storia biblica di Giuditta e viene usato come la metafora del potere di seduzione delle donne con la conseguente esaltazione della donna fatale e del rapporto amore-morte. Interessante la cornice in rame sbalzato (in chiaro stile secessionista) che è stata realizzata dal fratello, scultore e cesellatore.
Le tre età della donna (1905): conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Rivisitazione simbolica delle fasi della vita della donna: l'infanzia, la maternità e la vecchiaia. Dalla neonata abbandonata in un sonno tranquillo, in braccio alla madre, si passa attraverso la giovane figura femminile al centro della scena; simboleggia, e ne è allegoria, del momento della procreazione. E’ posta di fronte con il capo reclinato verso la figlia, e con un’espressione serena. Quasi una figura sacra. Poi si arriva alla donna scura, di profilo, con le mani accanto al volto, simbolo non solo della vecchiaia ma anche della paura della morte. Le figure sono asciutte e sintetiche. Presente anche il decorativismo sullo sfondo.
Il bacio (1907): forse il quadro più famoso di Klimt. Le figure presenti sono un uomo ed una donna inginocchiati nell’atto di abbracciarsi. Ci sono ancora un prato ricco di fiori colorati ed un fondo dorato senza profondità spaziale. L’aspetto è bidimensionale. Delle due figure, le uniche parti realizzate in maniera naturalistica sono i volti, le mani e le gambe della donna. Per il resto sono interamente coperte da vesti riccamente decorate. Quella dell’uomo è realizzata con forme rettangolari erette in verticale, mentre la veste della donna è decorata con forme curve concentriche. La differente geometria delle due vesti è espressione della differenza simbolica tra i due sessi. La donna con il viso piegato ha gli occhi chiusi ed un’espressione estatica. È proprio il volto della donna che dà al quadro un aspetto di grande sensualità.
Danae (1907-08): qui l’autore riprende la mitologia greca e rappresenta, sì una fanciulla che si identifica con la propria sessualità, ma lo sguardo sereno e la posizione fetale durante il sonno, i capelli rossi e il velo decorato che sembra la abbraccino, danno armonia e pace. La storia mitologica viene ripresa con la pioggia d’oro sulla destra del dipinto; Danae era la madre di Perseo, figlio avuto da Zeus che la trasformò in pioggia d’oro, appunto.

Giuditta I (1901)
Il bacio (1907)
   
Le tre età della donna (1905)

Danae (1907-1908)



















Alfons Maria Mucha (1860-1939): pittore e grafico della Repubblica Ceca. È stato uno dei più importanti artisti dell’Art Nouveau. Se pensiamo a lui ricordiamo i suoi colorati ed eleganti poster pubblicitari. La struttura verticale è comune a tutti: è presente il nome del prodotto da pubblicizzare ma il ruolo centrale ce l’ha il resto del manifesto riempito da motivi floreali e ornamentali (boccioli, viticci, simboli, arabeschi) al cui centro emerge una figura femminile leggiadra, bella ed ammaliatrice. Ricchi gli abiti e folti capelli. L’atmosfera è sottolineata dalla policromia degli ornamenti delle fanciulle e dallo sfondo carico di colore e di toni dorati, che suggeriscono un'atmosfera lussuosa e decadente. Molti di questi manifesti raffigurano l'attrice Sarah Bernhardt. Ma si occupa anche di fotografia come autodidatta (non ha mai aderito a nessun gruppo fotografico). Le prime fotografie risalgono al periodo trascorso a Monaco e a Vienna, interessanti sono quelle scattate a Parigi (si compra una macchina fotografica tutta sua nel 1890, prima usava macchine in prestito): autoritratti, anche in abiti tradizionali russi, e modelle così da ottenere bozzetti da usare eventualmente in dipinti o manifesti.

Cartelloni per pubblicitari

Modella fotografata nel 1920




















Antoni Gaudí y Cornet (1852-1926): architetto spagnolo massimo esponente del modernismo di cui condivideva l’ideologia e la tematica aggiungendo una sua nota stilistica personale basata su l’uso di forme naturali e particolari realizzate utilizzando diversi materiali (mattoni, pietra, ceramica, vetro, ferro). Presenti motivi simbolici. La sua architettura, legata quasi completamente al capoluogo catalano,  molto complessa, crea un organismo che deve sottostare alle leggi della natura. Viene qui ripreso il concetto del fitomorfismo, ossia che la natura non va copiata ma capita. Importante la lavorazione artigianale. Nel 1883 diventa architetto della Sagrada Familia che, tutt’ora in costruzione, lo ha tormentato fino alla morte sopraggiunta perché investito da un tram. Il suo aspetto era così trasandato da renderlo irriconoscibile, in un primo momento, ai soccorritori. Altre case sono molto particolari ed importanti e tra queste ricordiamo: la casa Milà (1906-1912), la casa Batllò (1904-1906) ed il parco Guell (1900-1914) in cui natura e scultura si fondono con grande maestria artigianale.

mercoledì 1 marzo 2017

Il Simbolismo

Il simbolismo è una corrente letteraria, filosofica ed artistica che nasce in Francia (e poi si diffonde in Europa in particolare in Germania ed in Italia) a partire dal 1886, come reazione al realismo, al naturalismo e all’impressionismo. Considerato come un movimento interno alla più ampia corrente del Decadentismo, le sue caratteristiche vengono descritte nel Manifesto di J. Moréas pubblicato sul quotidiano Le Figaro il 18 settembre 1886. A differenza dell’impressionismo (che non voglio affatto sminuire) la poetica è molto più complessa. Innanzi tutto - come appena detto - investe non solo la pittura, pertanto è più completo nel descrivere lo stato d’animo di coloro che ne fanno parte e soprattutto descrive non le sensazioni ottiche bensì le emozioni ed il disordine interiori più profondi. Interiorità, intimità dell’uomo e del suo inconscio, azzardando una parola che sarà scoperta anni dopo con la psicanalisi. Non dimentichiamo che il sogno sarà un tema fondamentale anche nel Surrealismo. Il Simbolismo è un momento di incontro e di fusione tra elementi della percezione sensoriale ed elementi spirituali. Di qui l’interesse, attraverso l’uso del simbolo, per la dimensione del sogno, la visione interiore, l’immaginazione. Secondo la definisione del dizionario simbolo deriva dal latino symbŏlus e symbŏlum che significa accostamento, far coincidere, e rappresenta qualsiasi elemento concreto (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto ad evocare o significare entità astratte, di difficile espressione. Un valore ulteriore, più ampio e astratto rispetto a quello che normalmente rappresenta (per esempio il focolare simbolo della famiglia oppure la bilancia simbolo della giustizia). La poetica simbolista si fa strada nella cultura istituzionale francese, fino a culminare, nel decennio successivo, con la costituzione di un vero e proprio movimento supportato da diverse riviste letterarie.
La pittura che ne deriva è raffinata, ricca di simbologie mitologiche-religiose, e si propone di esplorare quelle suggestive regioni della coscienza umana al confine tra realtà e sogno che fino ad allora erano rimaste escluse dall’indagine artistica. Tali tratti contribuiscono a porre il movimento simbolista in contrasto con la cultura borghese contemporanea, con l’ideologia del progresso e della tecnica, cui si contrappongono il culto di un passato mitizzato, la considerazione del presente come epoca di decadenza, una visione individualista, fortemente spiritualizzata o talvolta intrisa di anarchismo. Come conseguenza nè saranno interessati anche il costume e gli orientamenti morali dei ceti borghese e piccolo borghese.
Il precursore, il padre spirituale del decadentismo, è senza dubbio Charles Baudelaire (1821-1867) autore di un unico - ma fondamentale - libro di poesie, “Les fleurs du mal” (1857); la sua originalità è stata solo in parte compresa dai suoi contemporanei ma ha esercitato una notevole influenza nei confronti della scuola simbolista. Nel suo noto sonetto “Correspondances” scrive:
“La Natura è un tempio dove colonne viventi / Talvolta lasciano uscire confuse parole; / l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli  / che l’osservano con sguardi familiari. / Come lunghi echi che si confondono in lontananza, / in una cupa e profonda unità, / vasta come l’oscurità e come la luce, / profumi, colori e suoni si rispondono. / Vi sono profumi freschi come carni di bimbi, / dolci come gli oboi, verdi come i prati, / e altri, corrotti, ricchi e trionfanti, / che hanno l’espansione delle cose infinite, come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso, / che cantano l’ebbrezza dello spirito e dei sensi”.
La definizione di poeti simbolisti, in riferimento a P. Verlaine, A. Rimbaud, S. Mallarmé (suo il poemetto “Il pomeriggio del fauno” 1876) e J.-K. Huysmans (“A rebours” 1884) fu introdotta da J. Moréas, in un momento in cui il fenomeno del decadentismo era in corso già da anni e quei poeti erano stati riconosciuti come i suoi maggiori rappresentanti. Il decadentismo è pervaso dall’ansia e il poeta decadente non è e non vuole essere il poeta-vate tipico del romanticismo, ma il poeta-veggente, che giunge all’ignoto attraverso un immenso “sregolamento di tutti i sensi” (A. Rimbaud). Non esistono più da una parte la realtà e dall’altra il sogno, ma tutta la vita si presenta come simbolo. Questo spiega come il Simbolismo, a un certo punto, si distingue dal decadentismo, per diventare un movimento a se stante, spingendo all’estremo il culto dell’accostamento, dell’analogia. La poesia simbolista si pone in antitesi con la concretezza e l’idealismo, prediligendo una funzione del verso puramente evocatrice e mistica. La rigida metrica tradizionale viene abbandonata in favore del verso libero, che permette la creazione di un ritmo che ricalchi il fluire delle sensazioni e dell’energia che pervade le cose del mondo. La musicalità del testo è sostenuto dall’utilizzo di figure retoriche (sinestesia, analogia, metafora) e pertanto diventano letture per pochi perchè difficili da decifrare e comprendere. Il primo a farsi sostenitore di una poetica simbolista è, nel già citato “Pomeriggio di un fauno”, Mallarmé, che si concentra in particolare sulle corrispondenze tra oggetti e stati d’animo, sulla possibilità, attraverso la contemplazione, di utilizzare un oggetto per illustrare un sentimento o passare da una sensazione a una cosa, grazie alle analogie. Corrispondenze tra forma e parole, dalla forma al contenuto alla sensazione. Il Simbolismo ha avuto seguito anche in Italia con Pascoli e D’Annunzio (“Il piacere” 1889, “La pioggia nel pineto” 1902) e in Inghilterra con Oscar Wilde (“Il ritratto di Dorian Gray” 1891). Punti di riferimento in altre discipline sono Wagner per la musica ed Hegel, Schopenhauer e Nietzsche per la filosofia. E non si possono dimenticare, come precorritori, i preraffaeliti quali Dante Gabriel Rossetti (“Beata Beatrix” 1872) e J.E. Millais (“Ophelia” 1851-52). Una breve nota: questa figura femminile viene ripresa e letta in diverse chiavi fino ad oggi sia in pittura che in fotografia (da vedere il blog postato il 14 febbraio: Una fotografia di Gregory Crewdson).
Parlando di pittura è necessario citare il francese Gustave Moreau (1826-1898). Nei suoi quadri sono evidenti temi quali la mitologia e le storie bibliche: ne fa una rivisitazione, un sogno in cui le immagini e i contenuti hanno la finalità di essere dei simboli. Di rilevante importanza la figura della donna, vista agli antipodi madre e femme fatale dunque donna come figura angelica, portatrice di amore puro e positivo e donna sensuale, incarnanta nella figura di Salomè (“L’apparizione” 1876), che porta l'uomo alla perdizione. Meticoloso e preciso, ha un’estetica raffinata, l’azione è assente mentre tutte le passioni e le tensioni vitali vengono vissute nell’ambito del sogno. 

G. Moreau
Edipo e la sfinge
(1864)
G. Moreau
L'apparizione
(1874-1876)
Colui che può essere considerate il più rappresentativo pittore simbolista è Odilon Redon (1840-1916). Benché amico degli impressionisti, egli rifiuta l’uso di questo stile, soprattutto perché non ha interesse a rappresentare la realtà così come essa appare. Nella sua pittura la natura è soprattutto sogno, ed egli ne coglie gli aspetti più sfuggenti, anormali, inspiegabili. Nella sua produzione s'intrecciano miti classici e orientali, temi pieni di ambiguità basati sullo strano, sul bizzarro, sul chimerico e sul grottesco.

O. Redon
L'occhio,
come un pallone bizzarro
si dirige verso l'infinito (!882)
O. Redon
Evocazione di farfalle
(1910-1912)













Un esempio: “Evocazione di farfalle” (1910-1912): che cosa più di una farfalla è simbolo di bellezza, caducità, metamorfosi?
Il Simbolismo ha avuto un’ampia diffusione diffusione in tutta Europa. In Svizzera può considerarsi simbolista l’opera pittorica di Arnold Böcklin (1827-1901) e F. Hodler (1853-1918).

A. Bocklin
L'isola dei morti (1883)
A. Bocklin
Tritone e Nereide (1873-1874)



F.Holder
La notte (1889-1890)





La pittura di Böcklin è mitologica: creature oniriche (ninfe, naiadi, nereidi, gorgone, minotauri) tra architetture classiche, simbolismi, allegorie e un richiamo spesso ossessivo alla morte. Pur esente da quel clima di morboso decadentismo del simbolismo francese, anche la sua pittura si colloca nei territori tra la realtà e il sogno. Le sue immagini hanno un taglio visionario con atmosfere tenebrose e lugubri. L’artista ha dipinto cinque diverse versioni (una delle quali andata distrutta durate la seconda guerra mondiale) negli anni tra il 1880 e il 1886 de “L’isola dei morti”. Tema comune è un rematore ed una figura vestita di bianco in una piccola barca che attraversa delle acque profonde diretta ad un'isola sassosa. Nella barca c'è un oggetto che potrebbe essere una bara. Di Hodler cito su tutte l’opera “La Notte” (1889-1890) il pittore raffigura sé stesso mentre il fantasma della morte lo strappa dal sonno. L'artista è circondato da uomini e donne che dormono abbracciati. Nella tela sono infilati autoritratti e i ritratti di due donne con le quali egli divide in quegli anni la sua vita: Augustine Dupin, compagna degli esordi e madre di suo figlio e Bertha Stucki che è stata sua legittima sposa nel corso di un breve e tormentato matrimonio. Tale dipinto ha forti rimandi con “L'incubo” (due versioni del 1781 e del 1790-1791) di Johann Heinrich Füssli e “Il sonno della ragione genera mostri” (1797) di Francisco Goya. In Germania c’è F. Von Stuck (1863-1928) le cui opera riprendono la mitologia greco-romana ed il paganesimo. Le caratteristiche principali sono l’erotismo (“Il peccato” 1893), la trattazione dissacrante di tematiche religiose e l'interesse per i personaggi mitologici del mondo classico. In Inghilterra G.F. Watts (1817-1904) unisce la tradizione classica con una pittura tormentata e sofferta; lo scopo è quello di rappresenatre l’esistenza umana, la sua evoluzione, gli sforzi e le qualità transitorie dell'animo. In Belgio citiamo F. Rops (1833-1898) che essendo molto vicino ai movimenti letterari del suo tempo mescola sesso, morte e immagini sataniche. E poi F. Khnopff (1858-1912), nei suoi dipinti miti e chimere; peculiare è anche la scelta della modella, aveva una vera e propria passione per i capelli rossi, e per la mascella squadrata e prominente, tanto da dare alle sue modelle un’apparenza androgina. J. Delville (1867-1953), anche lui belga, la sua opera risente dell’esoterismo e di un certo idealismo filosofico e perciò è dichiaratamente simbolista. 

F. von Stuck
Il peccato (1893)
GF. Watts
La speranza (1886)
F. Khnopff
La sfinge (1896)











E in Italia E. Scomparini (1845-1913), pittore triestino che dipinge tra le altre cose “Margherita Gautier” (1886) l’emanciata dama dalle camelie ormai sfiorite. G.A. Sartorio (1860-1932) pittore, scultore, scrittore e regista dipinge “La sirena” (1893), figura mitologica, permeata nella cultura fin de siécle dell’aura della seduttrice fatale, la splendida creatura marina, che affiora lucente dall’acqua, allude alla natura duplice della donna - ninfa gentile ma anche crudele incantatrice - evocando la potenza misteriosa e irresistibile del suo erotismo. Infine G. Segantini (1858-1899) la cui opera è descritta nel blog postato 29 gennaio (Segantini. Ritorno alla natura). 

E. Scomparini
Margherita Gautier (1886)
GA. Sartorio La sirena (1893)











Altre suggestioni simboliste, pur su un piano stilistico totalmente diverso, sono rintracciabili anche nella pittura di Paul Gauguin (1848-1903). Di marca simbolista è anche il contenuto della pittura di Gustav Klimt (1862-1918), il maggiore esponente della Secessione viennese. La sua pittura, benché abbia una cifra stilistica molto originale, si basa sempre su soggetti di tipo simbolico. Un’inclinazione tragica caratterizza l’opera del norvegese E. Munch (1863-1944), antecedente, insieme a V. Van Gogh (1853-1890), delle esperienze espressioniste.  Ma di questi  autori ne parleremo in altre lezioni.