mercoledì 12 aprile 2017

Il Surrealismo

Partiamo dalla definizione della parola sogno. Secondo il dizionario della lingua italiana deriva dal latino somnĭu(m) che ha origine dalla parola mnus ossia sonno ed è una attività psichica che ha luogo durante il sonno, caratterizzata da emozioni, percezioni e pensieri che si strutturano in una successione di immagini generalmente non regolata dalla logica o dalle normali convenzioni sociali, anche se apparentemente reale. Sogni nel cassetto ossia progetti, fantasie, desideri non realizzati o irrealizzabili.” Nel 1899 (ma datato 1900) Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, scrive un complesso saggio dal titolo “L’interpretazione dei sogni” e la sua teoria parte dalla considerazione che i sogni sono desideri inconsci, desideri che durante il sonno, essendo meno controllati dalla coscienza, sono fortificati e quindi possono emergere. Il Surrealismo è l’avanguardia storica che ricerca il rapporto tra sogno e realtà ed il suo teorico è il francese, poeta e critico d’arte, André Breton (1896-1966), che ne redige i manifesti, il primo nel 1924 ed il secondo nel 1928. E’ un’arte figurativa ma non naturalistica; un’arte che non nega la realtà ma la muta. Lo scopo è la trasformazione delle immagini che porta an una diversa realtà, la surrealtà. Breton definisce il Surrealismo come un “automatismo psichico puro” poiché, egli afferma, nel sonno e durante il sogno siamo liberi dai freni inibitori, dalla razionalità e dalla morale. Ha origine da una propaggine del Dadaismo, di cui mantiene molte delle caratteristiche quali il ready-made, l’automatismo, il fotomontaggio, il collage ed il frottage. Non esiste un solo surrealismo infatti, partendo dai concetti base, ogni artista li rielabora in modo personale, soggettivo. A differenza del Dadaismo, caratterizzato dal rifiuto totale e dall’azzeramento del passato, il Surrealismo contrappone la ricerca affidandosi alla psicologia e alla filosofia (Freud e Marx, sogno e realtà, libertà individuale e libertà sociale). Dal punto di vista tecnico ci sono due elementi distintivi: gli accostamenti inconsueti che portano ad una visione inattesa della realtà e le deformazioni irreali che però non sono caricature (come avviene nella pittura espressionista) ma rappresentano la metamorfosi ossia la trasformazione di un oggetto in un altro. Di fondamentale importanza è la libertà, ossia l’automatismo che permette di non pensare, di essere istintivi e di fare scattare il meccanismo psichico. Nel manifesto troviamo scritto: “Scrivete rapidamente, senza un soggetto predisposto, tanto rapidamente da non fermarvi e non essere tentati di rileggere”. Questo, in effetti, ricorda la poetica dadaista ed il suo concetto del caso e può essere attuato facilmente nella scrittura, ma come è possibile usare lo stesso metodo nella pittura? Proprio perchè il Surrealismo è un’arte di tipo figurativo, l’oggetto e la sua rappresentazione hanno un ruolo importante, ma non si parla più di una riproduzione simile alla realtà, cioè tradizionale, bensì di una decontestualizzazione dell’oggetto, in grado di provocare lo straniamento dello spettatore, attraverso l’accostamento di realtà oppure oggetti tra loro apparentemente non conciliabili. L’immagine surrealista pertanto va contro l’identità, si ottiene un cambiamento del significato. E’ questo che scatena l’immaginazione portandola nella via dei sogni e dell’allucinazione, infrangendo le regole e approdando in un mondo meraviglioso in cui sogno e realtà si fondono. Vari sono gli esponenti di questo movimento alcuni importanti nomi sono: René Magritte (1898-1967), Salvator Dalì (1904-1989), Max Ernst (1891-1976), i fotografi Man Ray (1890-1976) e Claude Cahun (1894-1954), e poi Meret Oppenheim (1913-1985), Juan Mirò (1893-1983), Marc Chagall (1887-1985) e Frida Kahlo (1907-1954).
René Magritte: nasce in Belgio dove rimane per tutta la sua vita (solo alcuni anni trascorsi a Parigi). In Magritte osserviamo l’accostamento insolito di significati e oggetti (ripresa anche da Duchamp) e la negazione di fronte alla loro evidenza. L’esempio più rappresentativo è la famosa opera “La trahison des images” (“Il tradimento delle immagini” del 1928-1929) in cui la frase “Ceci n’est pas un pipe” (“Questa non è una pipa”) viene scritta sotto una pipa dipinta in maniera assolutamente realistica. Questo sta a significare che noi non vediamo una pipa ma la sua rappresentazione. Di rilevante importanza sono le metamorfosi un esempio il dipinto in cui gli uccelli prendono forma di foglia (“Le grazie naturali” del 1963). Importante la presenza nei suoi dipinti di persone il cui volto non è visibile perché coperto, oppure mascherato. Ricordiamo “La grande guerra” (1964, collezione privata) in cui il volto di un uomo, rappresentato con giacca, cravatta e bombetta (figura ricorrente nei dipinti di Magritte), è coperto quasi completamente da una mela verde, al centro del quadro, stando a significare che ogni cosa che noi vediamo ne nasconde un’altra. In effetti noi sappiamo che dietro la mela c’è un volto e secondo il pensiero dell’artista tutti siamo interessati a vedere quello che non si vede, quello che è nascosto. Il titolo rievoca la grande guerra che è stata la guerra delle trincee dove l’uomo è stato annullato, cancellato, come il volto dietro il frutto. Simile “L’uomo con la bombetta”, dello stesso anno, in cui il viso è nascosto da una colomba. Molto interessante “Gli amanti” (due versioni entrambe del 1928): in questo caso sono raffigurati due volti, in cui chiaramente si distinguono un uomo e una donna entrambi con il volto coperto da due lenzuoli che nascondono i lineamenti. Le interpretazioni date a questo dipinto sono varie. L’impossibilità di comunicazione, dovuta alla copertura dei volti, è il significato secondo il volere dell’artista. Un altro dipinto che voglio menzionare è “Lo stupro” (1934) dove un corpo femminile assume le sembianze di un volto con gli occhi, il naso e la bocca. Guardando questo volto noi vediamo un oggetto del desiderio. Un’immagine efficace, che non ha bisogno di tante spiegazioni. Con “L’impero delle luci” (1954), Magritte dipinge la contrapposizione tra luce e buio, tra giorno e notte, sole ed oscurità che vengono rappresentati simultaneamente a indicare un ossimoro con lo scopo di creare un effetto di spaesamento dello spettatore a seguito della vista di due momenti diversi e opposti tra loro. La scena è infatti divisa in due metà, quella superiore in pieno giorno e quella inferiore di notte.

R. Magritte
A
trahison des images
(1928- 1929)
    
R. Magritte
Gli amanti (1928)













R. Magritte Golconda
(1953)
    
R. Magritte
Il figlio dell'uomo
(1964)















Salvator Dalì: personaggio assolutamente eccentrico, la sua l’autobiografia si intitola “Diario di un genio”). Pittore, scultore, scrittore, designer, sceneggiatore, attore, possiede tutte le caratteristiche dell’artista surrealista. Seguendo le teorie di Sigmund Freud, Dalì si discosterà e supererà le teorie surrealiste di Breton. I suoi dipinti sono infatti allucinazioni iperrealistiche create attraverso il metodo da lui stesso definito “metodo paranoico-critico”. Sono famosi “La persistenza della memoria” detta anche “Orologi molli” (1931) e “La disgregazione della persistenza della memoria” (1954), con la rappresentazione dei suoi orologi dalla forma disciolta, a significare che il tempo non segue regole definite. Importante il dipinto del 1937 “La metamorfosi di Narciso” (mostrato a Freud in occasione di un loro incontro, l’unico, avvenuto a Londra nel 1938). In questo dipinto viene raffigurato il mito di Narciso.  

S. Dalì 
Orologi molli Persistenza della memoria  (1931)    
S. Dalì 
La metamorfosi di Narciso ( 1937)    
 








Nel dipinto l’utilizzo del metodo critico-paranoico consiste nel guardare un oggetto e vederne uno diverso che viene raffigurato sulla tela. Il dipinto va letto la sinistra a destra, al centro della scena Narciso è vicino ad uno specchio d’acqua dove si vede anche il suo riflesso. Da qui inizia la trasformazione, infatti, sulla destra del quadro si vede una statua in pietra la cui sagoma somiglia a Narciso. Le sembianze però, a seguito della metamorfosi, sono quelle di una grande mano che tiene un uovo dal quale germoglia e sboccia un fiore, o meglio un narciso. Da sinistra verso destra anche i colori mutano e dal caldo dei gialli si arriva al freddo dei grigi, forse a rappresentare la morte. Molte altre sono le opere dell’artista nel corso della sua vita, molto longeva. Di interessa anche le statue e i dipinti raffiguranti donne con i cassetti, il primo del 1937. L’idea nasce dalle teorie di Freud che vengono interpretate considerando il corpo dell’uomo come pieno di cassetti contenenti segreti che attraverso la psicanalisi possono essere aperti. Da qui la rappresentazione della donna contenitore e la donna che rivela il suo interiore con i cassetti aperti. Interessante per comprendere l’eccentricità del “genio” è la sua casa-museo e la sala dedicata a Mae West (attrice, diva e sex simbol dell’epoca). Entrando nella stanza si notano due quadri raffiguranti dei paesaggi collocati ai lati di un caminetto sul quale è presente un orologio mentre al centro della stanza è posizionato un divano rosso a forma di labbra, importante la presenza di grandi tende. Fino a qui nulla di strano ma se si guarda la stanza da un’altra prospettiva ci si accorge che la stanza rappresenta il viso dell’attrice con il naso-caminetto e il divano-bocca, gli occhi sono i quadri e le tende i capelli… insomma il visitatore sta camminando dentro il viso della donna. Una vera e propria installazione artistica. Dalì partecipa, e ne è anche sceneggiatore, al cortometraggio della durata di 16 minuti dal titolo “Un Cane Andaluso” (film del 1929 di Luis Bunel) che rappresenta il manifesto del Surrealismo francese.
Joan Mirò: pittore, scultore, ceramista spagnolo. Rappresenta uno degli esponenti meno figurativi di questa avanguardia, la sua pittura è più vicina all’astrattismo. Partendo dalla rappresentazione del reale in “La Fattoria” (1921-1922), arriviamo a “Il carnevale di arlecchino” (1924) in cui si riconoscono, fluttuanti nell’aria, elementi reali tra elementi che simboleggiano quelli reali. Tale opera è precedente al manifesto programmatico scritto da Breton. A seguito di questo dipinto le sue opere sono sempre più marcatamente oniriche.
Marc Chagall: artista bielorusso di origine ebraica trascorse i suoi primi anni nel quartiere ebreo della città di Vitebsk nell'osservanza delle tradizioni della sua religione. Chagall eredita dall’ebraismo la nostalgia di un popolo esule, il misticismo, l’aspirazione verso qualcosa di superiore. Nel 1910 arriva a Parigi entrando nel vivo dell'ambiente artistico. Dopo essere rientrato in Russia e poi viaggiato verso la Germania, nel 1923 rientra a Parigi, mentre durante la seconda guerra mondiale si rifugia in America. Muore a Saint-Paul de Vence nel 1985. Chagall fa parte di quegli artisti che si mantengono indipendenti da ogni corrente artistica, senza per questo vivere al di fuori della loro epoca infatti ne conoscono e assimilano ogni novità per utilizzarla in relazione alla loro concezione personale. Per certe sue caratteristiche è vicino al Surrealismo ma con delle differenze per quanto riguarda la poetica. Il Surrealismo rappresenta l'inconscio, i segreti, le inquietudini, le angosce dell'uomo, Chagall insegue la bellezza del sogno e la sua purezza. Nel sogno, l'artista raggiunge ciò che è soprannaturale, magico, miracoloso. La sua arte è particolarmente libera e ricca di fantasia.
Meret Oppenheim di origine tedesca si trasferisce a Parigi e diventa un’ispiratrice del movimento surrealista; famosa anche come musa e amante di Man Ray (è stata anche amante di Max Ernst). Autrice di opere feticiste quali “Colazione in pelliccia” e “La mia governante” entrambe del 1936 e anticipatrice della Body Art con il celebre happening “Festino di primavera”.

J. Mirò 
Il carnevale di Arlecchino (1924)
    
M. Chagall 
La passeggiata (1917-1918)  
 

M. Oppenheim 
La mia governante (1936)

Il realismo magico di Frida Kahlo


Ritratto come una Tehuana
(o Diego nel mio pensiero)  
1943
Autoritratto seduta sul letto 
(o io e la mia bambola) 
1937
Autoritratto
al confine tra Messico e Stati Uniti
(1932)












Bella ed affascinante perché intensa. E un’artista importante nel corso della metà del XX secolo quando la scena era occupata soprattutto da figure maschili e le donne erano davvero poche. Questo è indice della grande personalità e forza di questa donna. Oggi e negli ultimi anni l’apprezzamento per la sua pittura è aumentato e la sua notorietà ha fatto crescere il numero di mostre. Le sono stati dedicati anche due film, molti libri e la canzone dei Coldplay “viva la vida” è ispirata al suo ultimo quadro, dipinto 8 giorni prima della morte, dove troviamo scritta questa celebre frase. Frida Kahlo (all’anagrafe Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón) nasce in Messico nella delegazione di Coyoacán nel 1907 (le piaceva far credere di essere nata nel 1910, anno in cui era iniziata la sanguinosa rivoluzione messicana) e muore nella sua città natale nel 1954. Le cause della morte non sono ben chiare: “Sono pronta. Aspetto felice la partenza e spero di non tornare mai più”. Le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del “Museo Frida Kahlo” aperto al pubblico dal 1958. La sua vita è stata molto travagliata sia per quanto riguarda la salute che i rapporti famigliari ed amorosi. Fin da ragazza soffriva di forti dolori alla schiena, problemi articolari e la sua gamba destra era meno sviluppata. A peggiorare la situazione un incidente nel settembre 1925: Frida aveva 18 anni quando, durante il tragitto su un autobus di legno all’uscita della scuola, lo scontro con un tram fu per lei fatale. Le conseguenze furono molto gravi, le si spezzò la colonna vertebrale in più punti e subì molte altre fratture, inoltre un corrimano di ferro, come lei stessa racconta, le si conficco nel ventre trafiggendola da parte a parte. Si deve sottoporre a molte operazioni chirurgiche ed è costretta a letto per molti anni con il busto ingessato che diventa la sua prigione e la sua ispirazione artistica. A causa di questo incidente iniziò a dipingere: “Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere” è questa una delle sue tante frasi celebri. Proprio le conseguenze di questo incidente influenzeranno la sua pittura. Molto importante fu l’incontro con Diego Rivera (1886-1957) con il quale convolò a nozze nel 1929. Fù un amore durato venticinque anni al quale non mancarono tradimenti da parte di entrambi e persino un anno di divorzio; “Ho avuto due gravi incidenti della mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego”. Frida ebbe varie relazioni e tra le più degne di nota ricordiamo quella con  Trockij (rivoluzionario russo capofila del movimento bolscevico, fondatore dell’armata rossa costretto all’esilio in Messico dove venne assassinato), Nickolas Muray (fotografo con il quale avrà una intensa storia che durerà dieci anni, nel corso dei quali le scatterà molte fotografie, degna di nota “Frida con rebozo magenta” del 1939) e la bella Tina Modotti (militante comunista, fotografa e attrice italiana nata a Udine nel 1896 che in Messico lavorerà molto con Eduard Weston, fotografo statunitense che ritrae il popolo messicano, con cui ebbe anche una relazione sentimentale e incontrerà esponenti radicali comunisti tra i quali il triestino Vittorio Vidali). La pittura di Frida Kahlo è considerata una commistione di simbolismo e realismo magico (quest’ultimo definito con una poetica in cui sono combinati l’elemento magico, surrealista e la rappresentazione realista). Si ottiene un’esatta descrizione della realtà con tutti i dettagli ma sono inseriti degli elementi magici, anche questi descritti in modo realistico, che hanno come conseguenza un effetto di “straniamento”. L’autrice nel 1953 nella sua autobiografia scrive: “Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”. E’ un mondo, fatto di visioni oniriche e fantasia, che si interseca con quello della realtà. E’ un’arte sincera, che guarda ad una dimensione interiore descivendo emozioni umane profonde: passione, amore, sessualità, dolore, paura, solitudine. E’ un’arte di comunicazione dei dolori individuali che esprimono sentimenti universali dell’animo umano. Nel periodo immediatamente successivo all’incidente, in cui fu costretta all’immobilità, attraveso l’uso di un letto a baldacchino e di uno specchio, Frida incomincia a dipingere prediligendo gli autoritratti ma anche le decorazioni dei suoi busti in gesso. In tutta la sua pittura vengono raffigurati gli aspetti drammatici dell’incidente e la rappresentazione del suo corpo martoriato. Ci sono alcuni simboli, metafore, spesso ricorrenti come il cuore, che rappresenta la sofferenza, le corone di spine poste attorno al collo che indicano la negazione della libertà, i feti dei suoi aborti. L’albero con le radici per sottolineare l’attaccamento alla sua terra. Non mancano le cicatrici delle sue ferite, le bende, le lacrime, le apparecchiature ortopediche che ha dovuto portare nel corso degli anni e gli animali, in particolare le scimmie, che lei tiene in casa. Allo stesso tempo ritroviamo nelle sue tele tutti i colori, forti ed intensi, nonchè gli abiti tehuana della tradizione messicana (ella usa questo escamotage per raccontare il suo popolo attraverso la sua arte). Per citare alcune delle sue famose opere ricordiamo: “Frida e Diego” (1931), “Il letto volante” (1932), “Le due Frida” (1939), “Il sogno” (1940), “La colonna spezzata” (dove si dipinge con una colonna romana fratturata per ricordare la sua spina dorsale, del 1944), “Senza speranza” (1945), “Il piccolo cervo” (1946), “L’abbraccio amorevole dell’universo, la terra, Diego, io e il signor Xoloti” (1949)” e un elevato numero di autoritratti fatti durante il corso degli anni nei quali soprattutto lo sguardo profondo e i suoi occhi scuri rapiscono e incantano lo spettatore.
La colonna spezzata
(1944)
(1953)

martedì 4 aprile 2017

Dadaismo - Futurismo - Metafisica


Il Dadaismo: “Dada non è niente vale a dire tutto”, questa la risposta alla domanda: cos’è il dadaismo? (definizione scritta nella rivista berlinese Der Dada del 1919). Siamo in concomitanza della prima guerra mondiale e molti intellettuali europei si rifugiano in Svizzera dove, a Zurigo, nel 1916, nasce il movimento dadaista. E’ di breve durata e terminerà agli inizi degli anni 20 trasformandosi, in parte, nel Surrealismo. L’esordio avviene con l’apertura del Cabaret Voltaire. Il dadaismo, i cui manifesti sono opera di Tristan Tzara (1896-1963), la mente ideatrice, è un movimento di rivolta e negazione, di nichilismo e anarchia, di sovversione dei codici delle avanguardie fino alla demolizione dell’arte. Lo scopo è quello di ripartire da zero con la conseguente rinascita e il cambiamento dei valori che non saranno più paladini della borghesia bensì della vita comune, fino ad esserne parte. Dada uguale niente, parola che non ha senso, e che per questo assume perfettamente il concetto inteso come distruzione della logica e della razionalità e sviluppo del concetto definito “la poetica del caso”, la libertà dell’individuo, la sua spontaneità e la mancanza di regole. Al Cabaret Voltaire di Zurigo gli spettacoli dadaisti erano rappresentati da improvvisazioni di poesie, recite, balletti, musica. Alcuni esempi di questo tipo di arte sono un famoso costume di scena di Hugo Ball (1886-1927) indossato proprio nella serata del 5 febbraio 1916 all’inaugurazione del Cabaret Voltaire.
Hugo Ball
Cabaret Voltaire
(1916)
Altri partecipanti alle serate sono Hans Arp (1886-1966), Marcel Janco (1895-1984), Emmy Heggings (1885-1948), per citare i nomi più importanti. Di particolare rilevanza per comprendere la poetica di questo movimento è data dalle istruzioni di Tzara per la “fabbricazione” di una poesia dadaista (19
20): “Per fare un poema dadaista. Prendete un giornale. Prendete delle forbici. Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che contate di dare al vostro poema. Ritagliate l’articolo. Ritagliate quindi con cura ognuna delle parole che formano questo articolo e mettetele in un sacco. Agitate piano. Tirate fuori quindi ogni ritaglio, uno dopo l’altro, disponendoli nell’ordine in cui hanno lasciato il sacco. Copiate coscienziosamente. Il poema vi assomiglierà. Ed eccovi, uno scrittore infinitamente originale e d’una sensibilità affascinante, sebbene incompresa dall’uomo della strada". Breve ma intenso il Dada si diffonde anche in Germania (Berlino e Colonia), negli Stati Uniti a New York e in Francia a Parigi. A Berlino, nel 1918, quello che era il dadaismo zurighese, che qui incontra la repubblica di Weimar, assume connotazioni politiche e prevede la ricerca di materiali nuovi nella pittura. I principali esponenti sono George Grosz (1893-1959), John Heartfield (1891-1968), Raoul Hausmann (1886-1971), Johannes Baader (1875-1955) e Franz Jung (1888-1963) e proprio con Hausmann abbiamo l’introduzione del collage per la creazione di opere, di carattere politico, create con ritagli e diversi materiali. Un esempio importante è “Testa meccanica (lo spirito della nostra epoca)” del 1920. Lo stesso Hausmann e il già menzionato Heartfield fanno anche uso del fotomontaggio che vede in Max Ernst (1891-1976), a Colonia, il più forte rappresentante, il dadaista più puro, mediante la tecnica del frottage (da lui ideata e poi ripresa nel Surrealismo) con cui era in grado di ottenere superfici dalle diverse interpretazioni. Nel 1919 l’incontro tra André Breton (1896-1966), in seguito padre del Surrealismo, e Tzara segna l’inizio delle manifestazioni Dadaiste a Parigi; ne saranno coinvolti anche Francis Picabia (1879-1953) e Marcel Duchamp (1887-1968) che principalmente a New York daranno vita ad un nuovo gesto concettuale e al ready-made. Farà parte del Dada a New York anche Man Ray (1890-1976) con la creazione delle radio-fotografie. L’artista francese Marcel Duchamp, che non ha mai accettato l’appartenenza al gruppo Dada, è considerato uno dei maggiori esponenti di questo movimento e di sicuro, è uno dei più grandi artisti del novecento poichè è colui che ha rivoluzionato per sempre il modo di fare e soprattutto di concepire l’arte. Egli ha rifiutato qualsiasi regola sia nell’arte che nella vita privata. Spesso usava lo pseudonimo Rrose Sélavy e ne sono memoria le fotografie di Man Ray che lo ritraggono vestito nei panni di questa signora. Il suo percorso artistico è molto complesso e tra le opere più importanti ricordiamo “Nudo che scende la scala, n.2” (1912) che rappresenta il superamento della pittura cubista poichè ne supera la staticità raffigurando un soggetto in movimento, un soggetto scomposto in più punti di vista in momenti successivi.
Marcel Duchamp
Ruota di bicicletta
(1913)
Nel 1913 con “Ruota di bicicletta” nasce il primo ready-made ossia un’opera d’arte in cui un oggetto assume un significato diverso da quello comunemente accreditato acquisendo, dopo essere stato decontestualizzato, un significato concettuale (da ricordare questo vocabolo), in cui il gesto e la scelta dell’autore diventano fondamentali. Questo percorso continua nel 1917 con l’opera più dirompente dal titolo “Fontana” che è un orinatoio di porcellana rovesciato a cui Duchamp ha apportato tre cambiamenti: lo ha collocato su un piedistallo, lo ha firmato, usando uno pseudonimo (R. Mutt), e datato e lo ha iscritto ad una mostra di arte moderna. Un’altra opera che ha suscitato rumore è “L.H.O.O.Q” (1919) meglio nota come la Monna Lisa di cui abbiamo già parlato. Sono degne di nota altre due opere “Il grande vetro” e “L’etant donnés”.

Il Futurismo: Il dinamismo, la velocità e la loro rappresentazione, sono concetti fondamentali del Futurismo. Ne è un chiaro esempio il dipinto di Giacomo Balla intitolato “Dinamismo di un cane al guinzaglio” del 1912. Il Futurismo è un’avanguardia storica tutta italiana che nasce dall’idea di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944). Il manifesto viene pubblicato all’inizio del mese di febbraio in varie riviste italiane (tra le quali ricordiamo la Gazzetta dell’Emilia di Bologna, Il Pungolo di Napoli, la Gazzetta di Mantova, l’Arena di Verona, Il Piccolo di Trieste e Il Giorno di Roma) ma la pubblicazione del 20 febbraio 1909 su Le Figaro di Parigi ne segna ufficialmente la nascita e la conseguente fama internazionale. Il Futurismo si rivolgerà a tutte le arti e prevede il rifiuto dell’arte ristretta ad una classe e dell’arte decadente, rifiuta l’antico mentre ricerca la modernità. Modernità intesa come velocità. Da tenere ben a mente in che periodo storico ci troviamo. Dopo il 1861 con l’unità d’Italia, dopo le prime organizzazioni socialiste degli operai e dei contadini e l’affermazione del verismo sociale (da vedere il dipinto - del 1901 - di Pellizza da Volpedo: “Il quarto stato”) si assiste, all’inizio del XX secolo, ad un processo di rinnovamento e di avvicinamento all’industrializzazione e al progresso. A questo avvicinamento, da parte dell’Italia, alle idee che già fermentavano in Europa contribuiscono tre riviste: La critica, La voce e Lacerba. Il futurismo prende l’avvio proprio da questo contesto. Pertanto nel manifesto, che prevedeva undici punti, si parla di “bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente…” e ancora “Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, del piacere o della sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne… i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”. Il futurismo ha non soltanto risvolti artistici ma anche politici, sociali e morali. Si parla infatti di militarismo, patriottismo modernista, repubblicano, anticlericale e democrazia. I principali esponenti, oltre a Marinetti, sono Umberto Boccioni (1882-1916), Gino Severini (1883-1966), Luigi Russolo (1885-1947), Carlo Carrà (1881-1966), Tullio Crali (1910-2000), Antonio Sant’Elia (1888-1916), Giacomo Balla (1871-1958) e Fortunato Depero (1892-1960). Il Futurismo si può dividere in due periodi, separati dalla prima guerra mondiale. Il primo periodo è quello di maggiore rilevanza dal punto di vista artistico. Nascono le serate futuriste, serate provocatorie che molto insegnano alle successive serate dadaiste e si sviluppa una pittura che vuole rappresentare il dinamismo degli oggetti e una nuova spazialità. E’ interessante sottolineare che la pittura futurista hai dei punti in comune con il cubismo ma anche delle diversità fondamentali: nella pittura cubista (in particolare nel cubismo analitico) il soggetto tridimensionale veniva osservato da più angolazioni e in tempi diversi, scomposto in varie immagini e poi riassemblato in un piano unico creando una nuova rappresentazione della realtà che vede il suo limite nella staticità del nuovo oggetto. Nella pittura futurista la questione è più complessa perché quello che l’artista ricerca è il superamento della stasi e l’esaltazione del movimento, della dinamicità (per il futurista questo rappresenta la velocità e la modernità) quindi si hanno immagini ripetute in sequenza dello stesso soggetto, dipinto usando la scomposizione del colore, oppure con linee di forze rette che danno l’idea della scia e, cosa assai più importante e innovativa, la compenetrazione del soggetto e dell’ambiente fino a creare una realtà in cui lo spazio non esiste più… I nostri corpi entrano nei divani su cui sediamo, e i divani entrano in noi, così che il tram che passa entra nelle case, le quali alla loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano”.

Giacomo Balla
Lampada ad arco
(1911)
Umberto Boccioni
Gli adii (1911)









Possiamo fare riferimento a dipinti quali “La città che sale” (1910) e “Stati d’animo: gli addii” (1911), entrambi di Boccioni, dello stesso autore “Rissa in galleria” (1910) oppure “Ragazza che corre sul balcone” (1912) e il già menzionato “Dinamismo di un cane al guinzaglio” tutti e tre dipinti di Giacomo Balla. Sono queste solo alcune delle famose opere. Caratteristiche peculiari di questa pittura, oltre alla ricerca della rappresentazione della velocità e della compenetrazione degli oggetti e degli spazi, superando il cubismo, sono l’uso di colori decisi, forti, violenti, che ricordano i dipinti e l’intensità delle emozioni degli espressionisti e l’utilizzo della tecnica divisionista, ovvero la separazione dei colori in singoli punti o linee che interagiscono fra di loro attraverso una sensazione ottica. La pittura futurista è quindi una sintesi divisionista, espressionista e cubista.

La Metafisica: Giorgio De Chirico (Volo 1888 – Roma 1978) definisce la sua pittura con il nome di metafisica. Nato in Grecia si trasferisce a Milano nel 1909 dove la sua carriera artistica si compie in concomitanza con il Futurismo, dal quale però è molto lontano. Nel 1910 si sposta a Parigi per ritornarci nel 1924 dopo il rientro in Italia. Nella pittura di De Chirico predomina l’immobilità, la prospettiva, la pittura nitida, la presenza di edifici urbani e figure classiche (spesso rappresentate come manichini) collocate in ambienti che hanno un che di enigmatico, di onirico, di malinconico, misterioso, angosciante, solo all’apparenza reale. Poche le forme di vita. Anche gli accostamenti sono particolari e hanno lo scopo di creare straniamento e stupore nell’osservatore. Tutte queste caratteristiche le troviamo nelle sue famose opere denominate “Piazze d’Italia”.
Giorgio De Chirico
Le muse inquietanti
(1917)
Tra i suoi dipinti ricordiamo, in primis, “Le muse inquietanti” (1917) il suo dipinto più famoso, considerato il manifesto della pittura metafisica poiché vi sono rappresentati tutti gli elementi che costituiscono la sua arte: una piazza urbana (che rappresenta Ferrara, città dove De Chirico ha soggiornato e dove ha dipinto quest’opera), manichini con sembianze classiche (non persone reali), presenza di edifici antichi e moderni ma privi di segni di vita, caratteristica questa molto importante. De Chirico infatti rifiuta la modernità che idolatra la velocità (completamente in opposizione con il Futurismo). Da ricordare anche “Ettore e Andromaca” (1917), opera influenzata dalla mitologia greca, in cui le due figure sono trasformate in manichini. De Chirico descrive l’ultimo incontro tra i due prima che Ettore affronti Achille e questo addio, già così tragico, viene enfatizzato dall’atmosfera del dipinto e dalle sembianze dei protagonisti che raffigurati senza braccia sembrano impossibilitati in questo ultimo saluto.