martedì 14 febbraio 2017

A proposito di "cosa vediamo quando guardiamo". Una fotografia di Gregory Crewdson

Nel 1600-1602, colui che è considerato uno dei più famosi drammaturghi di tutti i tempi scrive la tragedia Amleto. Il titolo completo in inglese è "The tragical history of Hamlet, prince of Denmark" e l’autore, che non ha bisogno di presentazioni, si chiama William Shakespeare. Vorrei soffermare la mia attenzione riguardo a una delle protagoniste femminili di quest’opera: Ofelia. Giovane, bella e fragile deve confrontarsi con l’amore per Amleto e la devozione verso il padre Polonio. Il susseguirsi delle vicende (il rifiuto dell’amato e la morte del padre) la porterà a conseguenze nefaste. Follia e suicidio. Terminerà la sua tormentata vita affogandosi per imprudenza e sventura in un corso d’acqua.
Sarà Gertrude, madre di Amleto, ad avvertire suo fratello Laerte: “C'è un salice che cresce di traverso a un ruscello e specchia le sue foglie nella vitrea corrente; qui ella venne, il capo adorno di strane ghirlande di ranuncoli, ortiche, margherite e di quei lunghi fiori color porpora che i licenziosi poeti bucolici designano con più corrivo nome ma che le nostre ritrose fanciulle chiaman "dita di morto"; ella lassù, mentre si arrampicava per appendere l'erboree sue ghirlande ai rami penduli, un ramo, invidioso, s'è spezzato e gli erbosi trofei ed ella stessa sono caduti nel piangente fiume. Le sue vesti, gonfiandosi sull'acqua, l'han sostenuta per un poco a galla, nel mentre ch'ella, come una sirena, cantava spunti d'antiche canzoni, come incosciente della sua sciagura o come una creatura d'altro regno e familiare con quell'elemento. Ma non per molto, perché le sue vesti appesantite dall'acqua assorbita, trascinaron la misera dal letto del suo canto a una fangosa morte.” (Atto IV scena VII).
Partendo da questa descrizione, oltreché dal nome della sventurata ragazza, non possiamo non ricordare un famoso quadro esposto alla Tate Gallery di Londra. Si tratta di Ophelia di Sir John Everett Millais, uno dei maggiori esponenti della Confraternita dei preraffaeliti (corrente artistica inglese nata nel 1848 e definibile come la conseguenza del romanticismo e la trasposizione pittorica del decadentismo). Dipinto tra il 1851 e il 1852 in due distinte fasi. La prima in cui viene raffigurato il paesaggio (lungo le sponde del fiume Hogsmill) “en plein air” mentre la seconda in cui è rappresentata la fanciulla. Quest’ultima parte è realizzata in studio usando come modella Elisabeth Siddal e facendola immergere in una tinozza con dell’acqua. Una particolarità: la forma della tela con i bordi superiori arrotondati è dovuta al fatto che inizialmente doveva essere usata come baldacchino.

 
Ophelia di Sir John Everett Millais (1851-1852)










Osservando il dipinto, luminoso e ricco di dettagli, notiamo immediatamente una folta vegetazione a fare da cornice ad un corpo di donna che sta sprofondando inerte nell’acqua. L’opera raffigura Ophelia da poco caduta nel ruscello. E’ distesa. Abbandonata. Senza forze. Senza paura. In silenzio la bocca socchiusa. Gli gli occhi aperti verso il cielo. Senza opporre resistenza. Sta sprofondando, come dimostrato dalla sottana che si gonfia verso l’alto, mentre il peso del corpo la porta sott’acqua. Morte liberatrice. Morte unica consolazione al dolore. Le mani sono aperte ed i fiori che prima teneva stretti, ora stanno scivolando via disperdendosi vicino a lei. Millais dona alla flora un evidente valore simbolico. Le specie floreali sono usate sia perché citate nella tragedia originale sia per il loro significato, certamente utilizzato per sottolineare la caducità della vita della sventurata. I ranuncoli nella parte inferiore del dipinto rappresentano l’ingratitudine e l’infantilità. Il salice piangente, vicino al suo corpo, indica il pianto di chi viene abbandonato dalla persona amata. Il dolore e la sofferenza sono dati dall’ortica sotto l’albero. Le margherite che le galleggiano accanto raffigurano l’innocenza. La rosa è la gioventù, la bellezza e l’amore. I nontiscordardimé al margine del fiume hanno senso nel loro nome. Le violette intorno al collo sono annunciatrici di una morte prematura. Il papavero è il sonno e la morte.
Ma c’è un altro autore, e questa volta si tratta di un fotografo contemporaneo, che ha titolato una sua opera Ophelia. Premetto una cosa. Tengo molto a questa fotografia. La prima volta che l’ho vista pochi giorni fa, non conoscevo né l’autore né tanto meno la fotografia, ma ne sono immediatamente rimasta colpita. E mi piacerebbe sapere da voi che leggerete la mia interpretazione, che cosa ne pensate. Lui è Gregory Crewdson, un fotografo statunitense nato a Brooklyn nel 1962. Geniale e visionario. Ogni sua fotografia richiede un’accurata e complicata messa in scena e composizione, come un set cinematografico in uno studio o in esterna, per poi ottenere quello scatto dall’atmosfera onirica, iperreale, tragica, poetica, che lascia a noi che “vediamo” la libera interpretazione per tentare di ricostruire quello che accade. In effetti, nelle sue fotografie il tempo sembra sospeso e, tra realtà e finzione, sembra che qualcosa sia accaduto o stia per accadere. Tutte le parti della scena e i dettagli sono nitidi e ben evidenti, in questo modo è difficile comprendere quale è il soggetto principale. Tutto si complica.

 
Ophelia Gregory Crewdson (2001)












Analizzando Ophelia (2001) siamo difronte ad una stanza completamente allagata con ben in evidenza una donna distesa nell’acqua, una scala, delle finestre e tanti oggetti. Quello che a me personalmente trasmette (ma è solo il mio parere, che può essere confutato da chiunque… proprio perché ognuno di noi può “vedere” in modo diverso, e nessuno sbaglia) è una rinascita. Mi spiego meglio. Appena ho visto questa fotografia ho immaginato un sogno e quello che ho visto è l’attesa della donna verso la rinascita, verso una vita nuova. Questo perché ho notato che il corpo non è immerso nell’acqua (come invece nell’Ophelia di Millais), è come se stesse venendo a galla. Gli occhi sono aperti ed il volto è lievemente girato verso l’osservatore, ci sta guardando. E poi acqua, simbolo di vita (io l’ho associata anche al liquido amniotico) e la luce, sia naturale che artificiale, presente nella stanza. Tanti oggetti tra i quali un orologio che indica il passare del tempo ovviamente fermo, perchè la fotografia l’ha bloccato in un istante. Un telefono che potrebbe squillare. Dei divani e molti altri oggetti. Una scala che può simboleggiare un tornare ed un andare, un uscire ed un entrare verso qualcosa di nuovo. Finestre e una porta (che forse subito non si nota) ed in ognuna di queste possibili vie di fuga c’è la luce. Luce che spesso indica una speranza, una possibilità, una rinascita appunto (si dice venire alla luce quando si nasce). Voi cosa ne pensate? Alcune persone con le quali ho discusso davanti a questa fotografia in qualche modo concordano con me. Altre (la maggior parte, a dire il vero), ci vedono la morte, un suicidio, un omicidio, un qualche brutto episodio avvenuto. Io non dico che non ci vedo qualcosa di tragico, anzi sicuramente c’è stato però è un avvenimento passato, accaduto prima della fotografia, infatti io non parlo di morte o di vita ma di attesa verso una rinascita… Aspetto un vostro giudizio, sono molto curiosa. Grazie.

domenica 12 febbraio 2017

Cosa vedo quando guardo?

Cosa vedo quando guardo? Questa è la domanda principale che dobbiamo porci quando siamo difronte ad un’opera d’arte. Qualsiasi essa sia. Guardare e vedere sembrano sinonimi ma non è così. Vedere presuppone l’uso degli organi di senso, gli occhi, attraverso i quali percepiamo il mondo a noi esterno mentre guardare significa utilizzare una percezione interiore, che tutti noi abbiamo, e che è dettata dai nostri sentimenti, la nostra sensibilità, le nostre esperienze, la nostra cultura e dal contesto storico-sociale nel quale ci troviamo. Un’opera d’arte è caratterizzata da tre parti fondamentali. La forma ossia la tecnica usata (per esempio pittura, fotografia, olio, tempera, marmo, gesso, scelta dell’obiettivo, inquadratura…). Il soggetto che ci indica il tema affrontato, in cui troviamo quello che raffigura o rappresenta l’opera ed il contenuto cioè il concetto che esprime, quello che ci comunica. La prima, determinata dall’autore, sarà uguale per chiunque vi si trovi difronte. Il soggetto, anch’esso guidato dalla scelta dell’artista, è definito mentre il contenuto è individuale, ed è la conseguenza del nostro "vedere" che induce, anche, ad essere maggiormente catturati da una particolarità del soggetto piuttosto che un’altra (per esempio un albero in una fotografia che rappresenta un panorama). Questo concetto lo si può ben esprimere con una frase segnalatami da Silvano durante le nostre discussioni relative a tutto ciò che gira intono all’arte: “Una catena di parole ha un senso, una sequenza d’immagini ne ha mille. Una parola può avere un doppio o un triplo fondo, ma le sue ambivalenze sono reperibili in un dizionario, esaustivamente numerabili: si può andare a capo dell’enigma. Un’immagine è per sempre e definitivamente enigmatica. Ha tante versioni potenziali quanti esseri umani, di cui nessuna può costituire autorità, e quella dell’autore non più di qualsiasi altra. Polisemìa inesauribile. Non si può fare ad un testo tutto quello che si vuole, ad un’immagine si” (R. Debray - Vita e morte dell’immagine).
Pertanto un’opera d’arte ci comunica si quello che l’autore cerca di esprimere ma, in modo particolare, quello che noi con la nostra interiorità riusciamo a recepire. Il verbo comunicare è molto importante perché l’uomo da sempre ha cercato di comunicare con i suoi simili per lasciare una traccia di sé. Deriva dal latino communicatio ossia mettere in comune e rappresenta un insieme di fenomeni che comportano la trasmissione, la distribuzione, la condivisione d’informazioni, da un soggetto (donatore) ad un altro soggetto (ricevente), entrambi influenzati dal contesto nel quale si trovano e dalla percezione, attraverso un mezzo che è il linguaggio. La condizione essenziale, senza la quale non possiamo avere comunicazione, è che il linguaggio usato sia conosciuto da entrambe le parti. Deve quindi essere un linguaggio simbolico di tipo universale, ossia facile da comprendere per tutti. L’utilizzo di un linguaggio simbolico convenzionale infatti può essere compreso solo da coloro che appartengono ad un determinato gruppo e quello accidentale è solo individuale, dettato dalle esperienze soggettive. Pertanto queste due ultime tipologie di linguaggio saranno comprensibili a tutti solo dopo averlo studiato e capito. Il primo tipo di comunicazione per immagini lo troviamo a partire dall’uomo delle caverne. 

Pittura rupestre  della grotta di Chauvet 
Importantissimi sono i ritrovamenti delle pitture rupestri della grotta di Chauvet (rinvenuta nel 1994 in Francia) uno dei più noti e importanti siti preistorici europei, ricco di testimonianze, simboliche ed estetiche, del Paleolitico superiore (circa 2,5 milioni di anni fa). 
Da non perdere è il film-documentario "Cave of forgotten dreams" di Werner Herzog (2014) in cui il regista s’interroga su che cosa ha spinto l’uomo delle caverne a dipingere le prime immagini della storia dell’arte costituite da ben caratterizzate e moderne raffigurazioni animali e umane, in un luogo molto probabilmente dedicato a rituali e cerimonie. È il più antico esempio di arte preistorica del mondo dove però si trovano segni di modernità quasi incredibili (per esempio un bisonte che corre che fa immediatamente venire alla mente il “Dinamismo di un cane al guinzaglio” del futurista Giacomo Balla - 1912). 

G. Balla - Dinamismo di un cane al guinzaglio (1912) 
Art Gallery  di Buffalo
Avanzando lungo il sentiero della storia si scopre come in tutte le epoche l’uomo abbia utilizzato il muro come supporto per l’espressione e la memoria della sua civiltà, dei suoi usi e costumi. Quello che è cambiato, nel corso dei secoli, sono la tecnica, i soggetti ed il messaggio. Si parla di affresco, ossia di metodo pittorico realizzato utilizzando pigmenti colorati da mescolare con acqua, usati direttamente sull’intonaco fresco che asciugandosi rende il colore permanente e resistente. Già al tempo degli antichi greci e poi in maniera più ampia in epoca etrusca e romana si usava questa tecnica. Famosissimi quelli della città di Pompei e della Domus Aurea di Nerone a Roma. Quest’ultima rinvenuta nel 1481 fu una grande e sconvolgente scoperta; le pareti sono decorate con raffigurazioni di esseri ibridi e mostruosi, chimere, che si fondono in decorazioni geometriche e naturalistiche, strutturate in maniera simmetrica. Le figure, molto colorate, vengono definite grottesche, che deriva da grotte, ed influenzeranno tutta l’arte successiva alla loro scoperta. Anche in età moderna il muro viene usato come mezzo espressivo (in questo contesto anche come mezzo di denuncia), basti pensare ai famosi murales di Diego Rivera (1886-1957) che usa il muro come mezzo per descrivere il malessere della società messicana del suo tempo.

Diego Rivera - particolare di Storia del Messico (1929-1930)
Scalinata del Palacio Nacional (Città del Messico)
Ma anche il nostro contemporaneo Banksy il quale afferma che:
“Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno”. Come esempio delle sue opere cito Sweeper (London, 2006). All’apparenza sembra solo una governante che spazza la polvere sotto una tenda ma vuole dire moto di più. E’ una denuncia che l’autore porta avanti nei confronti di coloro che vogliono nascondere, davanti all’evidenza, un certo tipo di malessere sociale. 

Banksy - Sweeper (London, 2006)
Donato de BardiCrocifissione (1450) 
Pinacoteca di Savona

In ogni modo il supporto più usato e comune è la tela. Ma quale è la sua origine come supporto pittorico? 
Siamo alla metà-fine del 1400. I primi ad usarla sembrano essere stati i fiamminghi che poi l’anno portata in Italia, a Venezia. Grazie agli studi del critico Federico Zeri, si è riusciti a trovare quella che è definita la prima tela ad olio italiana. Si tratta di Donato de’ Bardi e la Crocifissione (1450) esposta nella Pinacoteca Civica di Savona. Il passaggio dal muro e dal legno alla tela fu favorito da alcuni vantaggi: le tele risentono meno dell’umidità, sono più facili da trasportare, occupano meno spazio e sono più economiche. 

Nel corso della storia tutto cambia, cambiano la forma, i soggetti, i contenuti e la stessa definizione di artista. La parola arte infatti deriva dal latino ars e dal greco teche. Era la capacità umana di agire e produrre basata su un complesso di regole, esperienze, procedimenti e metodi per fabbricare un oggetto. Inizialmente comprendeva quello che oggi definiamo artigianato e abilità manuale. L’artista era dunque associato all’artigiano. 
Con il Rinascimento acquista una collocazione sociale fino ad arrivare, a metà del 1800, alla nascita dell’artista impegnato.

Questa nuova figura si deve grazie al pittore francese Gustave Courbet (appartenente al realismo francese insieme a Jean-François Millet e Honoré Daumier) che nel 1851 dipinge un quadro che ha segnato l’inizio della storia dell’arte moderna. Mi riferisco a “Funerale a Ornans” (Museo d’Orsay, Parigi), dipinto che modifica completamente il modo di fare pittura. Con quest’opera, infatti, l’autore pone in primo piano e soprattutto sullo stesso piano clero, borghesia, popolo e persino un cane, scontrandosi con il panorama artistico che, fino ad allora, considerava l’arte espressione eletta di fatti epici e maestosi. E’ proprio il contenuto ideologico della sua arte, caratterizzato dalla rappresentazione della realtà, come denuncia del malessere sociale, che fa delle opere di Courbet, il manifesto realista.  
E’ un dipinto che segna una rottura con il passato.

G. Courbet “Funerale a Ornans” (1851 Museo d’Orsay, Parigi)












L’autore fa parte del realismo pittorico francese pertanto viene descritta la realtà ma questo quadro è una denuncia verso la società a lui contemporanea e si allontana da quello che fino a questo momento è stato il modo di dipingere degli artisti. Tele cosi grandi era usate per realizzare, su commissione, quadri con soggetti mitologici, religiosi oppure la nobiltà ma lui compie una rivoluzione. Scomoda! Molte altre sue opere hanno questo significato come, una su tutte, “Gli spaccapietre” (1849), opera purtroppo andata distrutta durante la seconda guerra mondiale, che rappresenta al meglio la poetica dell’autore. 

G. Courbet "Gli spaccapietre" (1849)
Arte dunque. La sua definizione è variata nel passaggio da un periodo storico ad un altro, e da una cultura ad un’altra; il suo significato non è definibile in maniera univoca ed assoluta. 
Dobbiamo considerare una cosa importante: arte moderna ed arte contemporanea, come devono essere classificate? Certamente la differenza riguarda il confine temporale e, benché ci siano varie correnti di pensiero, io distinguerei tra un’arte relativamente recente ma già storicizzata, se vogliamo conclusa, e una recente ma ancora in fase di elaborazione, sperimentazione e sviluppo. Pertanto possiamo semplificare, seppur tutt’altro che rigidamente, dicendo che la produzione artistica compresa tra la metà del 1800 e 1970 può essere definita arte moderna mentre si può parlare di arte contemporanea per quella successiva fino ad oggi, l’arte quindi che racconta dell’attualità e fa luce sugli aspetti della nostra vita e del nostro tempo. Da considerare che non si può comprendere la storia dell'arte moderna e contemporanea senza conoscere il momento storico e culturale nel quale nasce, si sviluppa e si modifica e non si dovrebbe prescindere dal conoscere la storia dell’arte classica, quella antecedente, poiché è importante capire quali sono le somiglianze e la diversità, le contaminazioni e i punti di rottura.
Nel nostro percorso, dobbiamo ricordare che nel 1800 viene inventata e si sviluppa la fotografia, utilizzata inizialmente come una riproduzione della realtà attraverso strumenti tecnici (motivo questo che ha fatto si che inizialmente non fosse considerata Arte)

Joseph Nicéphore Niépce (1826 circa)

La prima fotografia della Storia è di Joseph Nicéphore Niépce e viene scattata nel 1826 (forse 1827). Poiché il tempo di esposizione era molto lungo (8 ore) nella fotografia gli edifici sono illuminati dal sole sia da destra che da sinistra. In realtà questa non fu la prima. Nel 1816 Niépce ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, probabilmente, con cloruro d'argento. Questa tuttavia non poteva essere fissata permanentemente, cosa invece che gli riuscì nel 1826 utilizzando il Bitume di Giudea. Un’altra che segna la storia è di Louis Daguerre (siamo nel 1838, un anno prima che la fotografia fosse ufficialmente portata all’Accademia di Francia. Possiamo pertanto affermare che il 1839 sarà l’anno che ne segnerà la nascita ufficiale e la diffusione). 

Louis Daguerre (1838)
La prima in cui apparve un essere umano fu realizzata riprendendo Boulevard du Temple, a Parigi, nel 1838 dallo stesso Daguerre. L'esposizione durò circa 7 minuti e per questo motivo molte persone che sicuramente camminavano per strada non appaiono nella foto. Si possono osservare solo un lustrascarpe ed il suo cliente. 







Da questo momento in poi la fotografia ha un’evoluzione ed una diffusione straordinarie ed oggi possiamo distinguerne diversi generi: ritratto, paesaggio, reportage, still life e concettuale.

Considerando questa nuova invenzione in grado di rappresentare fedelmente e facilmente la realtà che ci circonda, la pittura doveva trovare una sua nuova dimensione. Quello che tanto e con tanta difficoltà, prima della metà del 1800, si era ricercato viene abbandonato o modificato. Si fa a meno del naturalismo, del realismo e della mimesi (post-impressionismo, espressionismo, simbolismo), si elimina la prospettiva (cubismo), si rinnega il passato (futurismo), il valore dell’opera (dadaismo), la realtà (astrattismo), la forma (informale), fino ad arrivare a fare a meno dell’opera d’arte (arte concettuale). 
Nelle prossime lezioni, vedremo, a cominciare dall’impressionismo, tutti questi movimenti e correnti artistiche fino a ritornare al figurativo moderno. 

domenica 29 gennaio 2017

Segantini. Ritorno alla Natura

Per la serie "La grande arte al cinema", nel mese di gennaio, è uscito nelle sale italiane il film-documentario "Segantini. Ritorno alla natura". Sessanta minuti in cui il regista Francesco Fei descrive vita, opere e poetica del pittore Giovanni Segantini. Il film, in parte romanzato, vede la partecipazione di Filippo Timi nel ruolo del pittore, l'intervento narrativo di Gioconda Segantini, cugina dell'artista, ed alcuni massimi esperti, in particolare Annie-Paule Quinsac, critica d’arte e curatrice della mostra "Segantini" inaugurata il 18 settembre 2014 al Palazzo Reale di Milano, ed il Professor Romano Turrini nato ad Arco (TN) dove ha svolto innumerevoli studi e ricerche che ne hanno illustrato e chiarito la storia.
E ad Arco, nel 1858, nasce anche Segantini. Di umili origini vive un’infanzia difficile, segnata dalla prematura morte della madre quando era ancora un bambino e dal conseguente affido ad una sorellastra (figlia di primo letto del padre), ancora accresciuta dallo sradicamento dal paese natale ed il trasferimento a Milano. Nel 1874, dopo aver trascorso un periodo in riformatorio, viene affidato al fratellastro che lo fa lavorare nel suo laboratorio fotografico. Questa nuova esperienza lo porterà ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera (fino al 1879). Inizia così la sua carriera, anche grazie al critico e mercante d’arte Vittore Grubicy che lo introduce nell’ambito delle esposizioni locali ed internazionali. In seguito, a causa di un problema di cittadinanza (era apolide poiché non è mai riuscito ad ottenere il passaporto per questioni burocratiche), e all’andamento altalenante delle sue finanze, nonostante il successo ottenuto con la sua pittura, si trasferirà in Svizzera con la moglie Bice ed i quattro figli. Tutto questo contribuirà a crearne il “mito”. Anticlericale ma molto religioso, vede nella natura il Dio a cui lui crede: “naturalismo e panteismo sono due termini della stessa equazione, lui va da una visione naturalista ad una visione, per questo, sempre più simbolista” (Annie-Paule Quinsac). Con il passare degli anni la sua poetica ed il suo modo di dipingere subiscono un’evoluzione ed i paesaggi Alpi, da lui ripetutamente dipinti, diventano da luoghi naturali a luoghi della mente, intimi ed interiori. Utilizza tutte le tecniche a lui contemporanee, naturalismo, divisionismo, simbolismo nonché la ripresa delle tecniche antiche. I colori puri, in singole linee che interagiscono fra di loro in senso ottico, mai mischiati sulla tavolozza, sono una caratteristica del Segantini e conferiscono alle sue opere una ben precisa ed inequivocabile luminosità. Per lui la luce non è solo un fenomeno naturale ma gli attribuisce un valore simbolico poetico, spirituale.
Soggetto tipico del suo simbolismo è la natura identificata come madre e matrigna, dispensatrice di vita e amore oppure di morte e distruzione. 
Mi pare importante citare, allo scopo di comprendere meglio, “Le due madri” (1889 - Galleria d’arte moderna, Milano) dove viene espresso il parallelismo tra la maternità animale e quella umana.

(Le due madri - 1889)
I colori dalle calde tonalità e la sapiente resa della luce artificiale, dovuta alla raffigurazione di una lanterna ad olio, creano un ambiente intimo ed accogliente che evidenzia ancor di più l’immagine delle due madri, entrambe vicine, ma quasi incuranti della loro prole, che è calma e docile, (la contadina assonnata e la mucca che si nutre nella mangiatoia) seppur entrambe presenti come evidenzia la luce che illumina le mani che abbracciano il bimbo e le mammelle che serviranno per nutrire il vitellino. Un clima sereno. Rilassate e rassicurante. Diversa è l’atmosfera ed il significato de “Le cattive madri” (1894 - Kunsthistorisches Museum, Vienna).

(Le cattive madri - 1894)
In questo dipinto, che fa parte di un ciclo di quattro opere, siamo immersi nel periodo Simbolista di Segantini. Egli è considerato uno dei massimi esponenti di questo movimento artistico. Il paesaggio svizzero, in Engadina è innevato. Nelle Alpi svizzere l’artista trae ispirazione dal paesaggio montano. La natura viene osservata in modo analitico ma grazie all’intensa luminosità ed al modo di catturarla si trasforma sulla tela in contenuto altamente simbolico. Sullo sfondo dell’opera appena citata appaiono le montagne mentre in primo piano un albero secco sorregge, imprigionandola, una sensuale figura femminile dai lunghi capelli rossi aggrovigliati ai rami. È seminuda ed ha aggrappato al seno un bimbo. Quello che colpisce, al di là della tecnica pittorica, è il significato che rimanda ad una visione dantesca del purgatorio. Colei che ha rifiutato la maternità deve scontarne la pena. La redenzione della donna può avvenire solo attraverso l’accettazione della maternità qui simboleggiata dal cordone ombelicale che unisce madre e bambino. Non c’è però certezza giacché la prima sembra in parte accettare ed in parte rifiutare tale condizione.
Il 28 settembre del 1899, a causa di una peritonite, Segantini muore sul monte Schafberg, dal quale si domina l'intera alta Engadina. Stava lavorando alla “Natura”, parte centrale de “Trittico dell’Engladina”, opera rimasta incompiuta. Oggi la sua tomba si trova nel piccolo cimitero di Maloja (luogo dove di era trasferito nel 1894) nella stessa valle.

Questi sono solo due dei tanti dipinti descritti nel film-documentario che ci fornisce i giusti strumenti per sollecitare il nostro interesse su un grande pittore del XIX secolo. Spero che a breve sia disponibile il DVD…