Un viaggio che desidera riflettere su un periodo artistico affascinante, ricco di cambiamenti e rivoluzioni, che va dalla metà del 1800 ai giorni nostri. Verranno considerati movimenti artistici, personaggi, opere, libri e mostre. Un percorso che cercherà di descrivere il contesto storico, le caratteristiche tecniche, le emozioni ed i sentimenti che un'opera d'arte svela e rivela. Un viaggio che ha come particolari interessi pittura e fotografia.
lunedì 11 giugno 2018
Eccomi con una nuova sezione: "Storia della Fotografia". Saranno postati i link relativi all'analisi dei manifesti della fotografia pubblicati - a partire da settembre 2017 - su Agorà di Cult (Dipartimento Cultura della Fiaf). Qui di seguito il primo: Cos’è il Manifesto di un movimento artistico?
venerdì 8 giugno 2018
Giochiamo con l'arte... capitolo 2
... continuando con l'indovinello precedente...
Se ci spostiamo nel 1850 lo stesso soggetto viene rappresentato da un altro grande pittore, anche poeta e padre fondatore dei Preraffaeliti. Possiamo ritrovare la stessa atmosfera e gli stessi simboli del dipinto precedente. Si tratta, anche in questo caso, di un olio su tela, dal titolo in latino, attualmente conservato alla Tate Gallery di Londra. La rappresentazione in questo caso si discosta molto da quelli che erano i modelli Medievali e l’artista ci descrive una storia antica mostrandocela secondo una visione nuova e semplice. Scorcio di una stanza, dalla finestra aperta è visibile il cielo blu e la sagoma di un albero. Un letto, questa volta ben ordinato, sul quale è seduta, spalla appoggiata alla parete, gambe raccolte, capo leggermente inclinato in avanti e sguardo mesto, una dolce ancilla dai lunghi capelli castani. Il colore predominante è il bianco infatti sia le lenzuola che la lunga veste della ragazza, particolare questo diverso dalla rappresentazione tipica, hanno lo stesso colore fino a farli quasi confondere. Ma bianchi sono anche il muro, il pavimento e la tunica del secondo personaggio raffigurato nel dipinto. E’ un ragazzo, in piedi (anche qui siamo di fronte ad un cambiamento dell’iconografia classica) che, sulla sinistra della tela è rivolto a tre quarti rispetto all’osservatore, e guarda verso la ragazza con la mano sinistra leggermente alzata mentre con l’altra mano, tesa in avanti, le porge un giglio bianco. Osservando con attenzione all’angolo in basso della finestra, che si trova sullo sfondo, viene rappresentata una piccola colomba bianca. Colori a contrato sono l’azzurro della tenda e il rosso del leggio (ecco che qui compaiono i colori della rappresentazione classica). Un’aurea color ocra circonda il capo di entrambi i personaggi evidenziando, a partire dal carattere umano dei due soggetti, un’atmosfera sacra.
Giochiamo con l'arte... capitolo 1
Avete voglia di divertirvi con me? Avete voglia di mettervi in gioco?
Vi propongo un passatempo che consiste nel cercare d’identificare nomi di autori e opere in questione solo in base alla mia descrizione, che di volta in volta vi fornirò. Potranno essere fotografie, dipinti, disegni, sculture... Scrivete la vostra soluzione nei commenti e… Buon divertimento!
Due città. Torino e Genova. Due dipinti. Uno di dimensioni ridotte e minore qualità. Lo stesso identico soggetto. Lo stesso autore. Un “caravaggista” che nasce a Pisa nell’anno in cui termina il Concilio di Trento e muore a Londra nel 1639. Una figlia, forse più famosa di lui.
Il dipinto, realizzato nel 1623, durante il soggiorno genovese dell’autore e poi spedito a Torino presso la galleria Sabauda, fu fatto per il duca Carlo Emanuele di Savoia mentre una seconda copia, più piccola, datata 1623-1624 si trova nella Basilica di San Siro sita nel centro storico di Genova.
In quest’olio su tela la scenografia è rappresentata dallo scorcio di una stanza. Sulla destra del dipinto appare parte di una finestra da cui si vede il cielo terso e da cui filtra un intenso raggio di luce. Una colomba la attraversa per entrare nella scena. In fronte all’osservatore, candide lenzuola bianche di un letto disfatto e, sul retro, degli spessi drappi, di colore rosso scuro, fanno da sfondo.
Due figure, una femminile ed una maschile, si trovano al centro. Lei, in piedi, ha il corpo teso in avanti e la testa leggermente inclinata come a fare un inchino, gli occhi sono chiusi e lo sguardo rivolto verso il basso. La sua mano destra, all’altezza della spalla, è aperta, il palmo rivolto verso di noi, in un cenno di saluto. L’altra tiene la leggera veste blu che le copre parte di un lungo abito anch’esso di colore rosso, tipici della veste descritta, come possiamo osservare già dalle prime rappresentazioni risalenti al Medioevo (1100 circa). Il capo è coperto da un velo che lascia intravedere i lisci capelli castani ed il volto, la cui espressione è dolce e remissiva. Le guance tinte di un lieve rossore sembrano far trapelare la sua timidezza di fronte alla figura che sta in ginocchio al suo fianco. Costui ha una mano il cui indice è rivolto verso l’alto, ad indicare la colomba, mentre con l’altra tiene un giglio bianco. I piedi sono scalzi e spuntano dalla lunga veste gialla e rosa. Lo sguardo è rivolto verso la donna ed il viso è incorniciato da boccoli dorati. Delle grandi ali bianche, che fuoriescono dalle sue scapole, sono dipinte con dovizie di particolari che ben evidenziano le singole piume fino a farne avvertire la morbidezza. Due sono i simboli presenti: la colomba che rappresenta lo Spirito Santo e il giglio bianco che sta a significare la purezza, l’innocenza, il candore. Tutto è descritto in dettaglio, i colori sono intensi, le ombreggiature ben evidenti. La tecnica pittorica rende tale opera il capolavoro di questo artista ed uno dei maggiori dipinti devozionali nel periodo della controriforma.
sabato 14 ottobre 2017
Francesca Woodman... Enigmatica ed inquieta. Fragile e tormentata.
C'è una donna (tra le molte)
che ha un ruolo importante in fotografia. Si tratta di Francesca Woodman. Nasce
a Denver il 3 aprile 1958 e muore suicida a New York il 19 gennaio 1981... Bella. Enigmatica
ed inquieta. Fragile e tormentata. Benchè breve, la sua vita artistica è stata intensa. Da sempre ha vissuto
in un ambiente ricco di stimoli artistici essendo il padre un pittore e la madre
una ceramista. Viaggia: parte da Denver per muoversi tra Firenze, Andover, la
Provenza, Roma ed infine New York. La sua ultima meta. Studia alla Abbot
Accademy e frequenta la Rhode Island School of Design. Già da adolescente si
avvicina alla fotografia e da allora ha iniziato ad utilizzare questo strumento
come mezzo atto non a documentare la realtà ma per esplorare gli aspetti
interiori di se stessa. Fotografia che diventa specchio delle sue emozioni. Le
sue opere, in bianco e nero, sono autoritratti introspettivi, onirici, simbolici,
surreali, metafisici, evocativi, intimi, malinconici e delicati. Le ambientazioni, quasi sempre interni di una
stanza fatiscente (vari anche gli scatti ambientati in mezzo alla natura), sono
essenziali e desolati, poche o assenti le suppellettili. Fondamentale la luce,
sempre quella naturale. Locali quasi completamente vuoti ed abbandonati.
Dimenticati, ma con la sua presenza riscoperti. Un po’ come ricordi che parlano
dell’esistenza e della storia di una persona. In fondo che cos’è la fotografia
se non una forma di memoria, un espediente “visivo-narrativo” per dare
concretezza ad un pensiero? Il suo corpo, spesso completamente nudo, subisce
metamorfosi e si confonde con ciò che lo circonda. Lo rende camaleontico,
difficilmente visibile. Ma sempre presente, tracciabile. Corpo fragile,
indifeso. Corpo leggero e volteggiante. Corpo pesante. Corpo quasi in volo o
disteso sul pavimento. Corpo raggomitolato. A volte indossa vestiti (lunghi
abiti neri, camice bianche, scarpe). Il volto coperto, sfuocato o tagliato
dall’inquadratura, in molti dei suoi autoritratti. Capelli sciolti o dolcemente
raccolti. Vari oggetti. Mobili. Sedie. Porte e finestre. Muri. Calcinacci. Cocci.
Animali. Teche. Reggicalze. Mollette. Il cavo per l’autoscatto. Ombre. Una
calla. Specchi. Questa fotografa usa l’autoritratto e lo specchio non perché affetta
da narcisismo, non per vanità, ma perché, diventando lei stessa la protagonista
principale, il soggetto-oggetto del suo linguaggio monocromatico, vuole auto-analizzarsi.
Conoscersi. Indagare la sua anima, il suo Io, la sua identità e le sue emozioni
profonde, le sue paure. Quelle che la tormentano. Quelle dalle quali vorrebbe
liberarsi e guarirsi. Dicevamo
fondamentale, nel suo processo creativo, la luce, lo studio della scena e
l’inquadratura. Usava in gran parte esposizioni lunghe oppure la doppia
esposizione. Importante lo sfuocato ed il mosso. Molte delle foto sono di
piccole dimensioni e di formato quadrato che ben descrive la sua ricerca
introspettiva. In effetti, il quadrato è una forma equilibrata e permette di
concentrarsi sul soggetto, essendo stabile per l’occhio. Lo stesso soggetto, ripreso su formati dalle proporzioni
differenti, assumerà diversi significati ed una diversa forza espressiva. Il quadrato
ci colpisce, cattura la nostra attenzione. Evidenzia quello che viene messo in
primo piano ma esalta anche lo sfondo. Sfugge alle regole di
composizione, in particolare la regola dei terzi, mentre sembrano essere
importanti alcuni elementi che sono: la semplicità, la forma e lo spazio. Necessari
e da rispettare sempre, sono ancor più importanti in questo caso. Il quadrato poiché simmetrico ci trasmette staticità ossia calma. Ma se inseriamo soggetti in
movimento li accentua. Ed è quello che accade nelle fotografie di quest’arista.
Un esempio è dato dall’opera dal titolo "Self-deceit #1". Letteralmente la traduzione vuol dire autoinganno,
illusione. E’ stata scattata durante il suo soggiorno a Roma nel 1978. Un
sottile bordo bianco a far da cornice. A destra l’immagine è semplice: il muro
grezzo ed il pavimento, dove si vede un’ombra scura. Guardando a sinistra lo
spettatore resta incuriosito perché dietro l’angolo del muro s’intravede una
parte della stanza che è buia e da qui, a carponi, sbuca lei, con fare felino. La
sua figura è lievemente mossa. Non si vedono le gambe, che s’intuisce siano
piegate. E in parte in penombra ed in parte alla luce che colpisce il centro
dell’immagine dove è posizionato un vecchio specchio rotto addossato al muro.
E’ nuda, i capelli raccolti con una treccia. Il volto è girato e si mostra allo
spettatore solo attraverso la figura riflessa. Attraverso lo specchio vediamo una
parte delle dita della mano destra riconoscibile, anche se un po’ distorta,
dall’anello che indossa nell’indice. E poi la spalla, il braccio sinistro ed il
suo viso che non è nitido, ma comunque ben visibile. Gli occhi socchiusi sono
rivolti verso il basso. Sempre attraverso lo specchio s’intravede parte della
stanza che è ben illuminata. Si scorge la presenza di una sedia e di un muro
bianco. Soggetto simile lo troviamo in un’altra fotografia senza titolo "Untitled" scattata a Providence nel
1976. Anche qui, al centro, uno specchio ed il riflesso della protagonista. L’inquadratura
riprende lo specchio posato sul pavimento con la parte riflettente rivolta
verso l’alto. E’ incorniciato da un bordo di legno su cui si vedono i segni del
tempo. Un angolo è coperto da una spessa coperta in lana. Anche il pavimento è
in legno e vi sono posati, un po’ in disparte, un cucchiaino piegato, il gancio
di una gruccia, polvere e frammenti; si intravede lo spigolo di un pannello
bianco, non si capisce cos’è. Il muro retrostante, che fa da sfondo, è bianco e
rovinato. Scorgiamo il bordo di un vestito appeso che si riflette sullo
specchio dove in ginocchio c’è lei. Le gambe bianche sono lievemente aperte. Si
muove e pertanto il suo corpo e il suo volto non sono definiti. Ma grazie alla
doppia esposizione il suo riflesso è più nitido. La si vede rovesciata, dal
basso, dove la sua mano aperta le copre il pube. Lei si vede e non si vede,
scompare e riappare… immagine eterea, impalpabile. Una presenza. Come il suo,
nostro inconscio. Luogo dove tutto c’è ma è oscuro e non si vede facilmente…
Post collegato con la tematica dello specchio.
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| Untitled Providence Rhode Island (1976) |
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| Self deceit #1 Roma (1978) |
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| From Space (1976) |
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| Self portrait. Untitled (1977-1978) |
domenica 8 ottobre 2017
La finestra nell'arte: funzione e significato. Un breve spunto di riflessione.
Un elemento
affascinante - sia in fotografia che in pittura - è la finestra. Molto
brevemente ho provato ad analizzarne la funzione (senza voler fare una
trattazione tecnica) ed il significato. Ecco qualche spunto di riflessione... ma le immagini parleranno da sole. Innanzitutto
può rappresentare una fonte di luce naturale, dipendente dalle caratteristiche
della finestra, che generalmente è direzionale. Luce che varia al variare delle
ore della giornata e delle condizioni atmosferiche e pertanto cambiano
l’intensità e la creazione delle forme e delle ombre, queste ultime solitamente
morbide, seppur precise. Molte e variabili le suggestioni poiché diverso sarà
l’effetto se fuori è nuvoloso, soleggiato, se è mattino, mezzogiorno
oppure il tramonto… Ma la finestra ha un’altra funzione che è quella di
delimitare gli spazi, è un elemento scenico. Può essere sfondo, soglia, cornice,
filtro, rappresentando e definendo il punto di vista.
Poiché fisicamente rappresenta un varco in un
muro serve anche per mettere in comunicazione il mondo interno e quello
esterno. Può rappresentare una possibile via di fuga oppure un limite più o
meno invalicabile. Tale relazione è dipendente dal grado di apertura: socchiusa,
aperta, spalancata, chiusa, sbarrata, oscurata, rotta. Per queste sue
caratteristiche è un oggetto ambiguo, duplice: si apre e si chiude, unisce e
separa, permette di vedere e di essere visti ma anche nascondere e nascondersi.
Inoltre il suo significato - se ci allontaniamo dalla definizione reale - assume
un valore metaforico e diventa un concetto psicologico che indica un
atteggiamento. La finestra può essere il soggetto principale del dipinto e
della fotografia come anche le persone, gli oggetti e l’ambiente che si vedono
attraverso essa, in una direzione o nell’altra (ossia da dentro o da fuori),
nel suo aspetto più o meno formale, usando la realtà ed i suoi elementi, per
superarla. La funzione ed il significato variano nel corso della storia; qui di
seguito qualche esempio, non certo esaustivo.
Finestre: “confine tra l’interno, quello che pensiamo,
quello che vediamo, quello che possiamo vedere, quello che dobbiamo vedere e
quello che vediamo nella realtà e che determina un’osservazione comune, cioè
tra il nostro mondo interno e l’osservazione del mondo. Questo punto di
equilibrio io penso di averlo identificato con l'inquadratura” (Luigi Ghiri).
Le finestre dei grandi fotografi:
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| Joseph Nicéphore Niépce (1826-1827) |
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| W.H. Fox Talbot Finestra (1835) |
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| Edward Steichen West 86th Street NY (1922) |
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| André Kertész Bistro - Paris (1930) |
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| Brassaï Concierge - Paris (1946) |
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| Ferruccio Ferroni La finestra di Lidia (1952) |
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| Bill Brandt London Child photo (1955) |
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| Josef Sunden Febbraio (da la finestra del mio studio) (1959) |
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| Ormond Gigli New York City (Models in Windows) (1960) |
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| Luigi Ghiri Modena (1973) |
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| Francesca Woodman House #3, Providence, Rhode Island (1976) |
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| Sally Mann Remembered Light Untitled (Window with Helmets) (2012) |
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| Gregory Crewdson The disturbance (2014) |
Le finestre dei grandi pittori:
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| Lorenzo di Credi Annunciazione (1480-1485) |
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| Albrecht Dürer Autoritratto con paesaggio (1498) |
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| Caravaggio La vocazione di San Matteo (1599-1600) |
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| Jan Vermeer Donna che legge una lettera davanti alla finestra (1657) |
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| Pieter de Hooch Donna che sbuccia delle mele (1663) |
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| Caspar David Friedrich Donna alla finestra (1822) |
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| Berthe Morisot La sorella dell'artista alla finestra (1869) |
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| Edvard Munch Bacio alla finestra (1892) |
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| Salvador Dalì Ragazza alla finestra (1925) |
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| Edward Hopper Room in New York (1932) |
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| René Magritte La condizione umana (1933) |
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| Andrew Wyeth Vento dal mare (1947) |
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| Edward Hopper Morning Sun (1952) |
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